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Hormuz riapre, ma sotto minaccia: la strategia iraniana che tiene il mondo sul filo del petrolio

Teheran evita la chiusura totale dello stretto ma avverte che le navi di Stati Uniti e Israele saranno nel mirino: una riapertura solo formale che mantiene alta la tensione militare, il rischio per i traffici energetici globali e la pressione sui mercati internazionali

Hormuz riapre, ma sotto minaccia: la strategia iraniana che tiene il mondo sul filo del petrolio
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"Controlliamo lo Stretto di Hormuz, ma non lo chiuderemo e tutte le navi potranno attraversarlo. Tuttavia, le navi degli Stati Uniti e d'Israele saranno prese di mira dalle forze armate iraniane": lo ha detto il portavoce delle forze armate iraniane Abolfazl Shekarchi, aggiungendo "che l'Iran non può fornire alcuna garanzia sulla sicurezza delle navi di tutti i Paesi e, se dovessero attraversare lo Stretto, la responsabilità di qualsiasi incidente sarà loro, a causa della situazione di guerra".

La lettura corretta della frase attribuita al portavoce militare iraniano è questa: non siamo davanti a una riapertura piena e normalizzata dello Stretto di Hormuz, ma a un tentativo di Teheran di sostituire la minaccia di una chiusura generalizzata con una selezione politica dei bersagli.

Hormuz riapre: apertura formale, ma deterrenza armata selettiva

Nei giorni precedenti, lo stretto era arrivato quasi a fermarsi, con l’Iran rivendica di “controllarlo” pur in un contesto regolato anche dal diritto marittimo internazionale e dal fatto che il passaggio coinvolge anche acque omanite. La dichiarazione iraniana va letta come una mossa di controllo dell’escalation: Teheran prova a evitare il costo politico di una chiusura totale dello stretto — che alienerebbe partner asiatici, Paesi del Golfo e importatori energetici — ma vuole conservare la leva strategica di minacciare i traffici considerati ostili.

Sul piano geopolitico, ciò consente all’Iran di inviare tre messaggi contemporaneamente. Primo: agli Stati Uniti, che ogni eventuale scorta navale americana trasformerebbe il traffico commerciale in traffico sotto protezione militare, alzando il rischio di scontro diretto. Secondo: agli alleati del Golfo e ai grandi compratori asiatici, che Teheran non vuole apparire come il Paese che spezza del tutto il commercio energetico mondiale. Terzo: ai mercati, che l’Iran può generare shock anche senza dichiarare una chiusura totale.

Le conseguenze economiche immediate: energia, assicurazioni, noli e rischio di shock globale

L’effetto più immediato di una “riapertura imperfetta” è che il mercato non torna normale solo perché Teheran cambia tono. Con centinaia di navi ferme fuori da Hormuz e flussi in calo di circa il 90%, i premi assicurativi di guerra sono esplosi, in alcuni casi di oltre il 1000%, facendo impennare il costo effettivo di ogni traversata. Questo significa che il problema non è soltanto “si può passare?”, ma chi è disposto a passare, a quale prezzo e con quale copertura.

Qui sta il punto centrale: una riapertura politica non coincide con una riattivazione logistica. Anche se l’Iran dicesse di non chiudere lo stretto, armatori, trader, assicuratori e charterer continueranno a valutare il rischio di attacchi, errori di identificazione, mine, droni o incidenti militari.

Sul piano macroeconomico, le implicazioni restano pesanti. La crisi di Hormuz ha messo a rischio circa 15 milioni di barili al giorno di greggio e 4,5 milioni di barili al giorno di prodotti raffinati. Le rotte alternative via pipeline esistono ma sono limitate e non sono sufficienti a sostituire questa via per un periodo lungo.

Più rischio selettivo, più pressione sui neutrali, più centralità del Golfo

Un’ interdizione selettiva è ancora più difficile da gestire: una minaccia mirata contro navi americane e israeliane, o percepite come tali, crea invece ambiguità su bandiere, proprietà effettiva, carichi, noleggiatori, assicuratori e legami societari. In un sistema marittimo pieno di registri esteri, flotte ombra, noleggi spot e triangolazioni commerciali, distinguere il traffico “neutrale” da quello “ostile” non è semplice. Per questo la riapertura annunciata non riduce davvero il rischio operativo: lo redistribuisce in modo più opaco.

Per i Paesi del Golfo la posta in gioco è doppia. Arabia Saudita, Emirati, Qatar, Kuwait e Iraq hanno interesse vitale a ripristinare i flussi ma non vogliono essere trascinati apertamente in una guerra regionale allargata. Il conflitto ha già colpito infrastrutture e sicurezza regionale, mentre la leadership iraniana ha cercato di rassicurare i vicini anche mentre continua la pressione militare.

In questo quadro, la “riapertura” di Hormuz serve anche a Teheran per evitare di compattare contro di sé tutto il Consiglio di cooperazione del Golfo e i grandi importatori asiatici. Si entra in una fase non di post-crisi ma di transito armato, condizionato e politicamente filtrato.

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