Gli attacchi statunitensi e israeliani contro l’Iran stanno generando un terremoto energetico che colpirà l’intera Asia, danneggiando in particolare la strategia di Xi Jinping. Per la Cina, primo importatore mondiale di greggio, la stabilità del Golfo Persico non è infatti un dettaglio di poco conto, ma una vera e propria necessità economica. I numeri parlano chiaro: nel 2025 Pechino ha acquistato dall’Iran circa 520 milioni di barili di petrolio, una quantità superiore di oltre tre volte rispetto alle forniture venezuelane. Sommando Teheran e Caracas arriviamo al 17% delle importazioni complessive cinesi: una quota che, in caso di interruzioni prolungate, rischia di creare tensioni sui prezzi interni e sulla crescita.
Il rebus dello Stretto di Hormuz
Il nodo cruciale per la Cina è lo Stretto di Hormuz, il collo di bottiglia attraverso cui transita una fetta decisiva del greggio mondiale diretto in Asia. Nel 2025, ha sottolineato il sito Politico, circa la metà del petrolio importato dalla Cina proveniva dai sei Paesi del Golfo che dipendono da quel passaggio marittimo. Arabia Saudita, Iraq ed Emirati Arabi Uniti convogliano quasi tutte le loro esportazioni attraverso quella rotta.
Cosa significa? Semplice: qualora le tensioni militari dovessero trasformarsi in un blocco totale del passaggio o in attacchi sistematici alle petroliere, allora Pechino sarebbe costretta a pagare di più per assicurarsi barili alternativi (o rivedere le proprie priorità strategiche).
Le prime avvisaglie sono già visibili. Diverse navi stanno evitando l’area per timore di escalation, mentre le quotazioni del Brent sono salite bruscamente. Per un’economia energivora come quella cinese, ogni dollaro in più al barile si traduce in costi industriali più elevati e in una pressione aggiuntiva su una ripresa già fragile.
Così gli Usa colpiscono la Cina
In generale, in circa due mesi, l’amministrazione Trump ha colpito due Paesi - Iran e Venezuela - che avevano nella Cina il loro principale cliente petrolifero. Secondo la società Kpler, l’Iran era il secondo fornitore di greggio della Cina dopo l’Arabia Saudita. E ancora: quasi tutto il petrolio iraniano esportato lo scorso anno è finito nei porti cinesi, così come oltre la metà di quello venezuelano.
Il dato che preoccupa i vertici di Pechino è però la concentrazione del rischio. Oltre 1,4 miliardi di barili sono arrivati da altri cinque Paesi che dipendono dallo Stretto di Hormuz. In totale, più della metà delle importazioni cinesi di greggio proviene oggi da aree potenzialmente esposte a interruzioni commerciali.
E se il conflitto dovesse protrarsi per settimane? La soluzione più logica per Pechino sarebbe aumentare ulteriormente gli acquisti dalla Russia. In realtà, la Cina aveva già iniziato nel 2026 a ridurre gradualmente le importazioni iraniane a favore del greggio russo, accumulando al contempo scorte strategiche per ammortizzare eventuali shock.
Attenzione però, perché altre nazioni asiatiche sono nei guai.
L’India e diversi Paesi dell’Asia orientale dipendono in larga misura dalle forniture del Golfo, mentre le spedizioni via mare restano la modalità dominante di trasporto del petrolio verso l’Asia meridionale e orientale. E le alternative via terra o attraverso oleodotti? Coprono solo una parte limitata dei volumi abituali...