Donald Trump preme su collaboratori e alleati affinché trovino il modo di riaprire lo Stretto di Hormuz. La sua migliore opzione, scrive il Wall Street Journal, potrebbero però essere i Marines degli Stati Uniti. Sono migliaia le forze Usa aggiuntive che in queste ore, su ordine del commander in chief, sono dirette in Medio Oriente, pronte ad unirci ai circa 50mila militari statunitensi nella regione. I primi rinforzi, appartenenti alla 31esima Unità di Spedizione dei Marines, raggiungeranno l’area entro la fine della prossima settimana a bordo della USS Tripoli mentre il capo della Casa Bianca ha già ordinato per aprile l’invio di altre migliaia di Marines con la USS Boxer.
Stando a quanto riportato dal quotidiano americano, Washington potrebbe impiegare i Marines per conquistare una o più isole al largo della costa meridionale dell’Iran, da usare come leva o come base per contrastare gli attacchi del regime degli ayatollah nello Stretto. Gli Stati Uniti potrebbero impadronirsi dell’isola di Kharg, dove Teheran gestisce il 90% del suo traffico petrolifero, per convincere la Repubblica Islamica a liberare Hormuz. Un altro obiettivo strategico potrebbe essere l’isola di Qeshm, all’imboccatura dello Stretto, che ospita navi militari e, nei suoi tunnel sotterranei, i missili dei pasdaran.
Secondo gli esperti, l’imminente arrivo nelle acque del Golfo Persico della USS Tripoli (denominata la “piccola portaerei”) - ed eventualmente lo sbarco dei Marines sulle spiagge di alcune isole dell’Iran - potrebbe permettere a Trump di evitare di schierare truppe all’interno dell’heartland iraniano offrendo agli Usa un notevole vantaggio tattico. Lo schieramento dell’unità anfibia potrebbe però fare parte di un’operazione, forse ancora più audace, volta a garantire la scorta, nello Stretto di Hormuz , delle navi commerciali da parte della Marina americana. Un’iniziativa più volte evocata da Trump e che fatica a guadagnare consensi tra i partner della superpotenza.
Lo scudo a difesa dei cargo e delle petroliere nel Golfo, sostiene infatti al Financial Times Mark Cancian, ex funzionario del Pentagono, potrebbe essere attivato solo con l’arrivo nelle acque di Hormuz degli oltre 2000 Marines a bordo della Uss Tripoli. A quel punto i rischi per l’America sono comunque destinati a moltiplicarsi.
Un ex alto funzionario della Difesa statunitense ha ammesso sempre al Financial Times che i vertici militari hanno affermato che “al momento non sussistono le condizioni per avviare un’operazione di scorta”. I rischi sarebbero troppo elevati, specie se si considera che le navi da guerra statunitense, costruite con uno scafo singolo, sono particolarmente vulnerabili agli attacchi con mine e motoscafi armati con esplosivi o missili. Per non parlare dei raid con i droni o con missili balistici e da crociera.
Un’eventuale missione nello Stretto necessiterebbe di maggiori garanzie, riporta il quotidiano britannico che prova ad analizzare tutti i pericoli e le criticità che graverebbero sulla missione di scorta navale allo studio del commander in chief. Il Pentagono sarebbe particolarmente preoccupato per le capacità in termini di attacchi asimmetrici che il regime islamico potrebbe mettere in campo.
L’Iran potrebbe schierare contro le navi da guerra Usa centinaia, se non migliaia, di piccole imbarcazioni nascoste lungo la costa iraniana. Le unità della Mosquito Fleet, potrebbero essere armate con cariche esplosive pronte a detonare all’impatto con i loro obiettivi. Gli Usa hanno già cominciato ad utilizzare aerei A-10 “Warthog” per scovare le imbarcazioni del regime. Per gli addetti ai lavori sarebbe però impossibile stabilire al momento se la campagna degli States abbia già distrutto un numero sufficiente di navi nemiche per garantire la sicurezza dei convogli. “Essendo piccole e numerose, possono essere distribuite su un’ampia area e probabilmente si trovano in tunnel, grandi garage, hangar e parcheggi”, conferma l’ammiraglio in pensione James Stavridis.
Se il Pentagono dovesse dare il via libera alla missione Usa nello Stretto, evidentemente dopo aver degradato le capacità militari iraniane, con tutta probabilità gli Stati Uniti avvierebbero un’operazione di scorta con un convoglio relativamente piccolo: due cacciatorpediniere, ciascuno con circa 310 marinai, che scorterebbero da due a quattro petroliere. Una petroliera potrebbe essere collocata in testa alla fila di navi perché ha un doppio scafo e potrebbe assorbire l'impatto di una mina senza affondare. I cacciatorpedieniere intanto garantirebbero protezioni da missili e droni, potendo contare inoltre su risorse antisommergibili e antimine.
Prima di qualsiasi convoglio, dovrebbe attraversare lo Stretto anche un dragamine, a sua volta protetto dallo scudo Usa in quanto non dispone di un sistema di difesa aerea integrato di alto livello. Anche per tutelarsi da attacchi dall’alto o dalla presenza delle mine, Washington avrebbe colpito con bombe anti-bunker siti militari sulla costa iraniana che ospitano missili da crociera antinave. Anche le navi posamine sarebbero state centrate dai raid compiuti dalle forze americane.
Le navi attraverserebbero lo Stretto in fila indiana mescolando unità mercantili a unità da guerra ma a seconda della dimensione del gruppo potrebbero esserci cacciatorpediniere anche di fianco alle navi commerciali. Sino a 12 le unità militari che potrebbero essere necessarie per l’intera operazione di scorta. Prevista poi la presenza in aria di velivoli, come F-15, F-16 o F-18 contro gli sciami di droni.
Ridurre del tutto i rischi è comunque impossibile e qualsiasi missione Usa dovrà tenere conto dell’”indice della paura” schizzato per gli operatori marittimi, e non solo, a livelli mai visti. Anche con una scorta, infatti, le compagnie di navigazione potrebbero mostrarsi restie a riavviare il transito di petroliere e navi cisterna per il gas naturale liquefatto.
L’armatore greco Evangelos Marinakis ha affermato di “aver chiarito a tutte le parti che, a meno che non si verifichino progressi significativi in termini di una scorta militare credibile… non prenderemo in considerazione l’ipotesi di operare nell’area”. L’incertezza nelle acque del Golfo Persico sembra forse ormai l’arma più temibile a disposizione del regime degli ayatollah.