Guerra in Ucraina

La ritorsione di Putin contro i paesi col Price cap

La Russia vieterà la vendita di petrolio e derivati ai Paesi che utilizzano il price cap sul greggio russo. La misura entrerà in vigore il primo febbraio e sarà valida fino al primo luglio del 2024

La ritorsione di Putin contro i paesi col Price cap
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La Russia bloccherà le esportazioni di petrolio dirette verso tutti quei Paesi che hanno firmato l'accordo sul price cap al greggio e ai prodotti petroliferi russi. Il decreto firmato da Vladimir Putin sarà effettivo a partire dal prossimo primo febbraio e resterà in vigore fino al primo luglio 2023. È questa, dunque, la risposta di Mosca al tentativo del blocco occidentale di fiaccare l'economia della Federazione Russa, prima attraverso le sanzioni poi con misure sempre più stringenti.

Il decreto di Putin

L'agenzia Ria Novosti ha spiegato che Putin ha approvato un decreto contente misure speciali in risposta all'introduzione da parte di alcuni Stati di un price cap all'oro nero di Mosca. Il documento vieterà le consegne se i contratti specificheranno direttamente o indirettamente un tetto al prezzo.

"La consegna di petrolio e prodotti petroliferi russi a persone giuridiche e altri individui stranieri è vietata" se utilizzano il price cap, si legge nel decreto. Il divieto di approvvigionamento di petrolio, come detto, sarà effettivo dal primo febbraio 2023, mentre il governo russo dovrà fissare la data per il divieto di forniture di prodotti petroliferi.

Scendendo nel dettaglio, il documento sottolinea che vengono introdotte misure "in connessione con azioni ostili e contraddittorie del diritto internazionale degli Stati Uniti e di stati stranieri e organizzazioni internazionali che si uniscono a loro" e allo scopo di salvaguardare gli interessi nazionali russi.

Le esportazioni di petrolio e prodotti petroliferi russi ai Paesi che hanno introdotto il price cap saranno possibili solo sulla base di una decisione speciale del presidente russo, specifica il testo, aggiungendo che il Ministero dell'Energia è stato incaricato di monitorare periodicamente l'attuazione del decreto.

La risposta di Mosca

Ricordiamo che le maggiori potenze del Gruppo dei Sette, l'Unione Europea e l'Australia hanno concordato questo mese un prezzo massimo di 60 dollari al barile per il greggio russo trasportato via mare, in una misura entrata in vigore il 5 dicembre in relazione all'"operazione militare speciale" di Mosca in Ucraina.

Il tetto imposto è vicino al prezzo attuale del petrolio russo, ma ben al di sotto di quello straordinario con il quale la Russia è stata in grado di vendere il suo prodotto nel corso di un anno particolarmente proficuo. Una simile situazione, infatti, ha contribuito, almeno parzialmente, a compensare l'impatto delle sanzioni finanziarie su Mosca.

Possibili conseguenze

La Russia è il secondo più grande esportatore di petrolio al mondo dopo l'Arabia Saudita, e una grave interruzione delle sue vendite potrebbe avere conseguenze di vasta portata per le forniture energetiche globali. In ogni caso, il suddetto decreto include una clausola che consente a Putin di annullare il divieto a fronte di alcuni casi speciali.

Nei giorni scorsi, intanto, il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, commentava l'introduzione di un tetto massimo sulle importazioni di risorse energetiche russe dichiarando che "qualsiasi limite di prezzo è inaccettabile". "Non accetteremo mai questa distorsione e questa distruzione del processo di fissazione dei prezzi di mercato", proseguiva Peskov.

Dal canto suo il ministro delle Finanze russo, Anton Siluanov, ha ribadito che la Russia cercherà nuovi mercati e una nuova logistica, anche se questo comportasse costi maggiori. "Non forniremo petrolio con contratti che indicheranno limiti di prezzo stabiliti dai Paesi occidentali. Questo è fuori discussione", ha tuonato in un'intervista alla testata saudita Asharq News.

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