Siamo abituati a pensare che il casus belli di un possibile conflitto tra Stati Uniti e Repubblica Popolare Cinese (RPC) possa essere la questione taiwanese. L'isola è alleata di Washington, e da questa sostenuta militarmente, e contemporaneamente al centro delle rivendicazioni territoriali di Pechino, che da tempo ha affermato di volerla annettere alla RPC in un modo o nell'altro entro il 2049, centenario di fondazione della Repubblica Popolare.
Le provocazioni cinesi intorno a Taiwan, fatte di esercitazioni e attività di velivoli e navi da guerra, sono aumentate di numero e intensità negli ultimi anni, facendo pensare che la RPC possa più facilmente optare per un'annessione manu militari, piuttosto che attendere l'esito della diplomazia e dell'attività ibrida, pertanto la cronaca internazionale guarda a quel settore del globo come a un possibile teatro di crisi che potrebbe portare a un nuovo conflitto aperto.
Taiwan però non è l'unico possibile casus belli tra Stati Uniti e RPC: esiste un altra regione geografica contesa, meno nota, che potrebbe più facilmente portare a uno scontro aperto tra le due potenze. Stiamo parlando del Mar Cinese Meridionale.
Un mare conteso
Il Giornale, nel corso degli anni, ha attentamente monitorato l'attività cinese in quello specchio d'acqua conteso, sede di un contenzioso territoriale che coinvolge, oltre alla RPC, le Filippine, il Vietnam, l'Indonesia, la Malesia e Taiwan stessa.
Pechino, infatti, sulla base di un'arbitraria linea di demarcazione che risale al 1947 – la Nine Dash Line o Linea dei Nove Tratti – ma che riprende una ancora precedente datata 1935, rivendica la sovranità sulla quasi totalità del Mar Cinese Meridionale (circa il 90%), in spregio delle norme internazionali sul diritto del mare codificate dall'Onu (Unclos). Questo contenzioso dura da almeno 25 anni, ma solo negli ultimi due lustri la RPC ha intrapreso una politica aggressiva verso gli stati rivieraschi per affermare il proprio presunto diritto di possesso su quel mare.
Politica che sta avendo un escalation nei confronti delle Filippine, per quanto riguarda la sovranità non solo sul mare ma su delle isole che rientrano di fatto nella Zona Economica Esclusiva (Zee) di Manila, ma che Pechino vuole per sé. Le azioni aggressive cinesi nei confronti del naviglio filippino si sono fatte più spregiudicate e frequenti negli ultimi due anni, e Manila, per cercare di esprimere una qualche forma di deterrenza nei confronti di Pechino, è tornata a guardare al suo alleato storico – gli Stati Uniti – concedendo a Washington l'utilizzo di vecchie basi chiuse post Guerra Fredda e l'apertura di nuove.
Un conflitto che nessuno vorrebbe
Nessuno vorrebbe un conflitto aperto per la sovranità sulle isole Spratly, sulle isole Paracelso, e per tutto il resto del Mar Cinese Meridionale: non lo vuole il Vietnam – che pure è stato coinvolto in “incidenti” anche sanguinosi con la RPC – non lo vogliono le Filippine, non lo vuole nemmeno Pechino in quanto sa che metterebbe a rischio il suo soft power commerciale e preferirebbe mantenere il suo potenziale bellico per Taiwan, e nemmeno lo vorrebbero gli Stati Uniti che faticherebbero non poco a giustificare una guerra per difendere la libertà di navigazione in un lontano mare asiatico, ma si sono creati dei presupposti che potrebbero portare i due giganti sull'orlo del baratro di una guerra.
Oltre il maggior coinvolgimento cinese in attività aggressive nei confronti degli Stati bagnati dal Mar Cinese Meridionale, in particolare le Filippine, esiste una cornice giuridica che potrebbe condurre direttamente, nella peggiore delle ipotesi, gli Usa in guerra. Foreign Affairs ci ricorda infatti che Washington ha un impegno di alleanza giuridicamente vincolante con le Filippine: il Trattato di mutua difesa tra Stati Uniti e Filippine del 1951. Esso non menziona il Mar Cinese Meridionale, riferendosi invece all'”Area del Pacifico”, tuttavia, dal 2019, Washington ha esplicitamente incluso il Mar Cinese Meridionale in tale area geografica, garantendo formalmente la sicurezza delle Filippine in quella zona. La Casa Bianca, il Dipartimento di Stato e il Dipartimento della Difesa hanno ripetutamente confermato che un attacco armato contro le forze armate, le navi o gli aerei filippini nel Mar Cinese Meridionale farebbe scattare gli obblighi di mutua difesa degli Usa.
Su questa tematica, come su molte di politica estera, c'è continuità di visione tra le varie amministrazioni statunitensi: sia il governo Biden sia quello Trump hanno utilizzato lo stesso linguaggio diplomatico per sottolineare questo impegno. Del resto il dossier cinese è il primo per importanza sul tavolo della Casa Bianca da anni, e la RPC è passata da essere una “sfida incalzante” all'essere una “minaccia per la sicurezza degli Stati Uniti” piuttosto di recente.
Un mare strategico per Pechino e per Washington
Oltre questo trattato, c'è anche una considerazione puramente tattica: le Filippine sono un avamposto statunitense per un possibile conflitto per Taiwan, e non si può permettere che la Repubblica Popolare nazionalizzi e militarizzi (come sta già facendo) il Mar Cinese Meridionale sino a pochi chilometri dalle coste dell'arcipelago di Manila.
Per Pechino la questione è forse ancora più vitale: il Dilemma della Malacca, secondo il quale una potenza navale in grado di bloccare lo Stretto della Malacca possa strangolare l'economia cinese, si è rifatto prepotentemente sentire proprio con la crisi iraniana: la maggior parte del petrolio passante per Hormuz finisce nei mercati asiatici, con la RPC che dipende dal greggio del Golfo Persico per circa il 42%. Un dato che dovrebbe far riflettere sul perché gli Stati Uniti hanno scatenato quel conflitto. Inoltre, Pechino utilizza il Mar Cinese Meridionale come proiezione di forza a lungo raggio nel Pacifico occidentale, per superare la Prima Catena di Isole e allungare il proprio braccio armato sino quasi all'Australia.
L’Asean è imbelle
Ad aggravare queste difficoltà, nel Mar Cinese Meridionale mancano regole ampiamente condivise per la de-escalation o la prevenzione dei conflitti nonostante tutti gli sforzi dell'Asean (Associazione delle Nazioni del Sudest Asiatico) in tal senso, che hanno portato solo a una “Dichiarazione sulla condotta delle parti” (2002). Al contrario, Pechino, Taipei e Washington hanno gestito numerose crisi nello Stretto di Taiwan e hanno mantenuto uno status quo controverso per otto decenni di tensioni.
L'Asean si è anzi trovata intrappolata in una neutralità inefficace, non cedendo completamente a Pechino né sostenendo i propri membri quando la RPC attacca, in quanto espressione della volontà di Paesi che nonostante si sentano pesantemente minacciati dall'espansionismo cinese (come il Vietnam), sono ancora fortemente dipendenti economicamente da Pechino. La RPC poi inficia ogni sforzo nel tentativo di trovare una risoluzione legale delle controversie territoriali nel Mar Cinese Meridionale in quanto rifiuta categoricamente il diritto marittimo stabilito dall'Unclos (pur essendone firmataria), in quanto quest'ultimo impedirebbe di fatto a Pechino di espandere la sua sovranità sul 90% del Mar Cinese Meridionale, ribadendo la centralità delle zone contigue marittime e delle Zee.
Paradossalmente, il rischio di un'escalation per quel mare potrebbe essere maggiore perché la posta in gioco immediata appare inferiore nonostante la sua importanza militare, commerciale e strategica, in quanto molte delle controversie riguardano scogli
scarsamente abitati in mezzo all'oceano. Questo porta tutte le parti a essere meno caute e ad accettare maggiori rischi, che insieme all'architettura diplomatica presente, potrebbe diventare la ricetta perfetta per il disastro.