Da quando è scoppiata la guerra in Ucraina, la Russia ha intensificato il reclutamento di combattenti stranieri provenienti dal Sud-est asiatico, sfruttando reti complesse che combinano social media, agenzie di collocamento e promesse di lavoro all’estero. Casi recenti hanno portato alla luce percorsi drammatici. C’è chi è stato inviato sul fronte con una settimana di addestramento e senza conoscenze linguistiche e che è rimasto ucciso dopo essere stato abbandonato ferito sul campo. E chi è stato ingannato da offerte di lavoro apparentemente legale con stipendi elevati e la prospettiva di raggiungere l’Europa. Altri ancora parlano di retribuzioni in rubli molto più alte rispetto a quelle ottenibili nei loro Paesi di origine. Ecco, episodi del genere rivelano due facce della stessa strategia di Mosca.
La mossa di Putin
Secondo un’analisi di The Diplomat, il fenomeno non è circoscritto al Sud-est asiatico e rientra in un modello di sfruttamento sistematico dei Paesi in via di sviluppo. La Russia ha formalizzato questo tipo di reclutamento con un decreto del 2025 che permette ai cittadini stranieri di unirsi ai ranghi durante le mobilitazioni, mentre le operazioni digitali e social promuovono l’illusione di opportunità legittime.
Molti dei mercenari asiatici vengono ingannati tramite annunci di lavoro online, corsi di formazione brevissimi e documenti contrattuali incomprensibili, per poi essere inviati direttamente al fronte. Alcuni giornalisti hanno evidenziato parallelismi con le truffe di lavoro in Myanmar e Cambogia, dove intermediari sfruttano la povertà e la mancanza di alternative, assicurando profitti alle organizzazioni dietro le quinte.
La distinzione tra volontari arruolati per denaro e vittime di traffico di esseri umani è cruciale: secondo gli esperti legali, coloro che vengono ingannati dovrebbero essere trattati come vittime di sfruttamento, con diritti alla repatriation e protezione internazionale, mentre i volontari veri rischiano sanzioni penali nei loro paesi.
Le aree più colpite
Le implicazioni geopolitiche e legali sono complesse. Paesi come le Filippine hanno mostrato capacità di intervento efficaci, intercettando potenziali vittime e fornendo assistenza psicologica e legale, mentre l’Indonesia ha reagito revocando la cittadinanza ai propri mercenari coinvolti, inviando un chiaro messaggio di deterrenza.
In ogni caso, la maggior parte delle reti di reclutamento rimane al di fuori della giurisdizione statale, agendo attraverso piattaforme digitali globali che complicano il coordinamento internazionale. La mancanza di azione diplomatica e l’assenza di meccanismi di responsabilità permettono così alla Russia di operare impunemente, mentre i singoli Stati devono bilanciare interventi di protezione dei propri cittadini con le delicate relazioni con Mosca.
La cosiddetta “pipeline di
mercenari” dall’Asia rischia di consolidarsi come struttura permanente, con effetti sul lungo termine per la sicurezza regionale, la stabilità interna e la gestione di ritorni difficili di combattenti esperti.```