Il presidente francese Emmanuel Macron annuncerà le sue modifiche alla dottrina nucleare della Francia lunedì, dalla base sottomarina di Île Longue. Il luogo scelto per il discorso, sede dei quattro sottomarini armati con armi nucleari— sottolineerà come i presidenti francesi hanno a disposizione anche la forza nucleare in un mondo sempre più instabile.
La Francia mantiene oggi un arsenale nucleare di meno di 300 testate, una soglia stabile dal 2008, quando l’allora presidente Nicolas Sarkozy annunciò una riduzione “modesta ma significativa”. Oggi, sotto la guida di Macron, Parigi ribadisce che quella forza è sufficiente a infliggere “danni assolutamente inaccettabili” ai centri nevralgici politici, economici e militari di qualunque Stato minacci gli “interessi vitali” francesi — “quali che siano”.
Ma nel linguaggio volutamente ambiguo della deterrenza, qualcosa si muove. Fonti dell’Eliseo parlano di “evoluzioni sostanziali”, mentre in Europa cresce il dibattito su una possibile estensione della protezione nucleare francese oltre i confini nazionali. Sullo sfondo, l’incertezza legata alla futura postura degli Stati Uniti e le nuove tensioni strategiche con Russia e Cina.
Macron e la dottrina nucleare: ambiguità strategica e possibili sviluppi
La deterrenza francese si fonda su due pilastri: la componente sottomarina (i sottomarini lanciamissili balistici della classe Triomphant) e quella aerea, affidata ai caccia Rafale armabili con missili nucleari ASMP-A. Macron ha finora confermato la dottrina tradizionale: un arsenale “strettamente sufficiente”, indipendente e sotto esclusiva autorità presidenziale. Tuttavia, nel 2020, il presidente aveva chiarito che gli “interessi vitali” della Francia hanno anche una “dimensione europea”, aprendo a consultazioni con partner dell’Unione.
Eventuali modifiche non riguarderebbero necessariamente un aumento delle testate — eventualità che gli specialisti monitorano con attenzione — ma piuttosto un’evoluzione concettuale: maggiore integrazione politica con alleati europei e cooperazione operativa nelle esercitazioni nucleari. Il linguaggio resta prudente. La deterrenza, per definizione, vive di ambiguità calcolata: chiarire troppo le “linee rosse” significherebbe indebolire il potere dissuasivo.
L’Europa cerca una “seconda assicurazione” nucleare
L’apertura francese trova ascolto soprattutto in Germania. Il cancelliere Friedrich Merz ha confermato “colloqui iniziali” con Macron sulla deterrenza nucleare, ipotizzando persino che velivoli dell’aeronautica tedesca possano, in teoria, trasportare bombe nucleari francesi.
La riflessione nasce da un interrogativo cruciale, ossia quanto è affidabile l’ombrello nucleare statunitense. Durante la presidenza di Donald Trump, l’approccio transazionale verso la NATO e le dichiarazioni sull’onere della difesa europea hanno alimentato dubbi nelle capitali del continente. Anche con l’amministrazione attuale, la prospettiva di un ritorno di politiche più isolazioniste a Washington resta uno scenario considerato realistico dagli strateghi europei.
Per diversi governi UE, un coinvolgimento nella deterrenza francese rappresenterebbe una “seconda polizza assicurativa” contro l’eventualità di un disimpegno americano. Tuttavia, una simile evoluzione solleverebbe interrogativi giuridici (compatibilità con il Trattato di non proliferazione), politici (consenso interno) e strategici (reazione russa).
Pressioni globali: Russia, Cina e la nuova corsa agli armamenti
Il dibattito francese si inserisce in un contesto globale segnato da una crescente instabilità nucleare. La Russia, sotto la guida di Vladimir Putin, ha sospeso la partecipazione al New START e intensificato la retorica nucleare nel contesto della guerra in Ucraina. La Cina sta ampliando rapidamente il proprio arsenale strategico, secondo valutazioni della difesa occidentale.
Nel frattempo, la NATO ha riaffermato la centralità della deterrenza nucleare come elemento fondamentale della sicurezza euro-atlantica, mentre negli Stati Uniti prosegue la modernizzazione della triade nucleare. In questo scenario, la Francia — unica potenza nucleare dell’Ue dopo la Brexit — si trova in una posizione cruciale. L’eventuale evoluzione della sua dottrina non riguarderà soltanto Parigi, ma l’intera architettura di sicurezza europea.
Il messaggio di Macron è chiaro: l’arsenale resterebbe sotto la soglia delle 300 testate e non è formalmente
in espansione. Ma la sua funzione politica potrebbe trasformarsi. In un’epoca di incertezze strategiche, la deterrenza francese non è più solo nazionale: è diventata, almeno in parte, un tema continentale.