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Operazione Herring: l’ultima azione di guerra dei paracadutisti italiani

Aprile 1945. Negli ultimi giorni di guerra, 246 paracadutisti si lanciano dietro la Linea Gotica per una missione delicata: sabotare le retrovie tedesche e aprire la strada all’avanzata alleata

Operazione Herring: l’ultima azione di guerra dei paracadutisti italiani

20 aprile 1945, la guerra sta per finire, ma nelle valli del Po, estremo nord, in un'Italia spaccata in due tra il Regno cobelligerante fedele a Vittorio Emanuele III di Savoia e la Repubblica Sociale di Salò, rimasta fedele, fino all’ultimo, al Duce Benito Mussolini, un manipolo di paracadutisti italiani, in uniforme inglese, si lancia nel vuoto da aerei alleati per portare a termine una missione unica nel suo genere: il sabotaggio dietro la Linea Gotica. È l’inizio dell’Operazione Herring, che per noi significa “aringa”. Per i parà italiani, che si sono guadagnati la gloria eterna tra le rocce e la sabbia incandescente di El Alamein al grido di “Folgore!” e hanno servito sul fronte di Anzio-Nettuno nella Nembo, inquadrati nei reparti tedeschi per contrastare lo sbarco alleato, si tratta dell’ultima missione di guerra, al fianco dello stesso avversario a cui hanno dato la caccia e che ha dato loro non poco filo da torcere in Nord Africa, lo Special Air Service britannico, un’altra leggenda del secondo conflitto mondiale.

L’obiettivo dell’operazione, in perfetto stile commando, era gettare scompiglio per 36 ore (diventate il doppio) nelle retrovie tedesche, consentendo agli Alleati, a corto di uomini, di dare la “spallata finale” ai tedeschi per far crollare la Linea Gotica dopo il fallimento della manovra a tenaglia della battaglia di Rimini, che avrebbe dovuto aggirare alle spalle la 10ª Armata tedesca.

Tra le 21:00 e poco oltre la mezzanotte, un gruppo di 246 uomini, divisi in 26 piccoli gruppi con obiettivi sparsi in un triangolo compreso tra Ferrara, Mirandola e Ostiglia, si paracadutarono da una dozzina di aerei da trasporto DC-3 Dakota decollati dall’aeroporto di Rosignano. Le truppe aviotrasportate italiane avevano inoltre l’obiettivo di preservare i ponti dalla distruzione da parte dei tedeschi che, una volta ripiegato oltre il Po, li avrebbero certamente minati o fatti saltare per rallentare l’avanzata degli anglo-americani. I paracadutisti italiani erano tutti volontari, addestrati come sabotatori del SOE, lo Special Operations Executive, che condivideva le tattiche delle unità Commando e dello Special Air Service; erano divisi nello Squadrone F, agli ordini del capitano Carlo Francesco Gay, e nella Centuria Nembo, comandata dal tenente Guerrino Ceiner. Tale formazione risponderà alla specifica richiesta del tenente colonnello Marling, ideatore dello Special Air Service italiano.

Le operazioni che prevedono un’inserzione di truppe aviolanciate sono sempre sottoposte all’incognita che riguarda l’individuazione della zona di lancio, o DZ per gli anglosassoni, e, non meno rilevante, a quella che riguarda l’incognita dell’accoglienza nemica. I paracadutisti italiani, che avevano effettuato il loro primo aviolancio sull’isola di Cefalonia, nell’aprile del ’41, si trovarono a fare i conti con lo stesso problema che interessò i paracadutisti americani: un intenso fuoco di sbarramento della contraerea che, nonostante l’avvicinamento di notte, costrinse i piloti dei Dakota americani a dare luce verde su coordinate sbagliate, a bassa quota, facendo atterrare molte squadre di commandos in punti distanti anche 30 o 40 chilometri dagli obiettivi prestabiliti. Molti paracadutisti si trovarono costretti a saltare da un’altitudine molto inferiore ai mille metri, trovando un impatto con il terreno decisamente poco dolce, in più di un caso, proprio sopra la FlaK tedesca.

Come “parà” preparati dagli inglesi, inquadrati nell’8ª Armata, ma pur sempre appartenenti al Regio Esercito, i commando paracadutisti al comando di Gay e Ceiner indossavano battledress kaki con oversmock da lancio, paracadute type X e un mix di equipaggiamento che comprendeva la famigerata daga dei commando inglesi, il pugnale da combattimento Fairbairn Sykes e il mitico Moschetto Automatico Beretta Mod. 1938, in uso tra le unità d’élite italiane, reparti speciali come la Folgore, gli Arditi ma anche la Xª Mas. Mentre le mappe su cui erano segnati gli obiettivi precisi della missione vennero consegnate soltanto la notte del lancio, probabilmente per timore che tra loro potessero celarsi delle spie.

Quelli che seguirono furono tre lunghi giorni in cui si alternarono combattimenti e lunghi occultamenti. I sabotatori italiani, sparsi in una vasta area per gli errori di lancio, avevano ricevuto ordini precisi: restare inattivi durante il giorno, nascondendosi tra i vigneti, in cascine abbandonate o nei fossi, per uscire con il favore dell’oscurità e ingaggiare i convogli nemici, minare ponti e strade, tagliare le linee telefoniche e sminare i passaggi che dovevano restare intatti per consentire alle avanguardie alleate un facile attraversamento del Reno e di altri corsi d’acqua.

Nonostante i lanci avessero mancato la zona d’atterraggio prevista, le pattuglie diedero prova di grande determinazione nell’affrontare un nemico soverchiante per numero e perseguirono molti degli obiettivi prefissati dall’operazione Aringa: minarono strade di rilievo, attaccarono autocolonne in ripiegamento, incendiarono autocarri carichi di materiale, sminarono ponti sui canali e sui fiumi, interruppero linee telefoniche, crearono scompiglio nelle retrovie del nemico che era convinto di trovarsi di fronte una forza molto più numerosa di quanto in realtà fosse. Ben 2.000 i tedeschi che si arresero ai paracadutisti italiani, e dozzine di mezzi, compresi camion carichi di armi e munizioni, vennero distrutti o catturati. Sette strade essenziali per la ritirata dei tedeschi vennero minate e interdette, e oltre settanta linee telefoniche tagliate per impedire una comunicazione efficace tra i comandanti tedeschi, che di lì a pochi giorni avrebbero accettato la resa su pressione dei vertici del servizio informazioni tedesco, come Wolff e Dollman, che avevano condotto delle trattative segrete con Allen Dulles e l’OSS, il servizio segreto statunitense.

I combattimenti che si protrassero per il doppio del tempo considerato dalla missione confermarono ancora una volta il valore dei ragazzi di “Folgore” e “Nembo”. Secondi a nessuno per coraggio, intraprendenza e capacità di battere un nemico soverchiante per numero. Ma quei tre giorni dietro le linee “nemiche” furono pagati con la vita di 21 paracadutisti, di cui 14 morti nello scontro di Ca’ Brusada, un casolare dove il gruppo ingaggiò un furioso combattimento che li vedrà cadere, uno dopo l’altro, e 10 dispersi.

Tra i caduti, vogliamo ricordare, in queste giornate dedicate alla memoria, Amelio De Juliis, detto il Piccolo. Bracciante abruzzese, aveva ricevuto il battesimo del fuoco assieme ai partigiani delle sue parti, prima di arruolarsi nell’Esercito cobelligerante e brevettarsi paracadutista nel marzo del 1945. Si era offerto volontario per quella missione, ed era il più giovane dell’intera formazione. Morì quel 20 di aprile a Maccaretolo di San Pietro in Casale, raggiunto da una raffica di mitragliatrice mentre cercava di soccorrere, seppur ferito, il sottotenente Angelo Rosas, comandante della sua formazione, e Aristide Arnaboldi, amico fraterno con cui si era arruolato. Verrà insignito della medaglia d’oro al valor militare, e resta a tuttora uno dei più giovani caduti delle nostre forze armate. Nell’encomio si legge: “Benché ferito dopo un violento scontro, riusciva ancora una volta a mettersi in salvo, ma visto cadere il proprio ufficiale si lanciava al suo soccorso e nel tentativo di recuperarne la salma veniva abbattuto da una raffica di mitraglia. Bell'esempio di spiccato spirito di sacrificio”.

E allora mi viene alla mente quella canzone, I Campi d’Aprile, che lascia commossi ed è stata dedicata a un altro giovane ragazzo che ha sacrificato la propria vita a pochi giorni dalla fine della guerra, Luciano Tondelli. Ascoltatela se non la conoscete, e se posso osare una persuasione, non affrontate discussioni in questi giorni di memoria. Ricordate i nostri, tutti. Non li biasimate mai. L’Italia è più loro che nostra.

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