La tregua tanto attesa e tanto sbandierata, è già finita. Russia e Ucraina hanno ripreso le ostilità dopo i tre giorni di sospensione e tutto sembra essere tornato come prima. Nessun prolungamento, trattative in salite, proclami, richieste inascoltate e grande attenzione a ciò che sta accadendo a Pechino che potrebbe avere riflessi determinanti anche in Europa. Ma quello che sembrava un dialogo in fase avanzata, sembra essere ora tornato almeno tre passi indietro, anche se Trump conferma: «La fine della guerra è vicina», per poi negare di avere un intesa con Putin per la cessione dell'intero Donbass.
«Abbiamo proposto a Mosca di prorogare il cessate il fuoco, invece questa notte la Russia ha lanciato oltre 200 droni contro l'Ucraina, prendendo di mira infrastrutture civili, tra cui un asilo, ferendo almeno 6 persone e causandone la morte di almeno una. Il ripetuto rifiuto della pace da parte di Putin deve avere delle conseguenze per lui», ha detto il ministro degli Esteri ucraino, Andrii Sybiha. «Putin deve rendersi conto che per lui le cose non potranno che peggiorare. La sua unica opzione deve essere quella di fermare il terrore», ha aggiunto. Sono stati più di 200 i droni lanciati la notte scorsa contro l'Ucraina, mentre Kiev sperava in una proroga. «È stata la Russia a scegliere di porre fine al silenzio parziale che durava da diversi giorni», specifica Zelensky. Una mancata voglia di dialogo testimoniata anche, nei fatti, dal presidente russo in persona che ieri ha celebrato la grandezza del nuovo missile intercontinentale Sarmat che a suo dire sarà operativo entro la fine del 2026. «Un missile che nessuno ha e che può penetrare qualsiasi difesa presente e futura e può essere equipaggiato anche con testate nucleari», ha detto, quasi a cancellare le potenziali aperture al dialogo dei giorni scorsi.
Del resto, il cerchio magico dello Zar «segue» la linea del capo. «Il cessate il fuoco umanitario è terminato. L'operazione militare speciale continua», ha ammesso il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov, che pure ha detto che «i lavori preliminari per la risoluzione del conflitto in Ucraina danno motivo di affermare che il conflitto finirà presto, sebbene non ci siano ancora dettagli specifici». Tecnicamente una supercazzola, che potrebbe in qualche misura confermare l'ipotesi che la Russia, in difficoltà economica e impantanata sul campo, abbia il desidero di concludere la guerra ma, di fatto, non sappia come farlo senza rischiare di perdere la faccia dopo 4 anni di conflitto e di retorica. Lo stesso Peskov infatti ha fatto sapere che un possibile incontro tra Putin e Zelensky dovrebbe portare alla conclusione del processo negoziale sull'Ucraina ma, specifica, «ha senso incontrarsi altrove, e non a Mosca, solo se il processo sarà completamente concluso». In pratica un periodo ipotetico dell'irrealtà, mentre il vice ministro degli Esteri russo Alexander Grushkoi, torna ad accusare l'Ue di volere «prolungare il più possibile il conflitto». A proposito di irrealtà.
L'unica speranza, pare quindi un intervento ancora più concreto di Trump e degli stati Uniti, con Zelensky che non a caso dice che «concludere la guerra in Europa è una priorità del presidente degli Stati Uniti». E allora, occhi puntati su Washington. Ma anche su Pechino. L'eventuale, anche se complicata, svolta, passa da lì.