C'è qualcosa di involontariamente contraddittorio nella scelta del Salone del Libro di Torino di intestare la propria 38ª edizione a Il mondo salvato dai ragazzini di Elsa Morante. La contraddizione nasce quando un'istituzione si appropria senza saperlo di un testo che la condanna.
La motivazione ufficiale è stata formulata con parole accuratamente evasive. Il libro di Morante è "un manifesto e una poesia, una festa e un'invettiva, un romanzo e una chiave magica". Apre tutte le porte. Sfugge a ogni definizione. È soprattutto "un messaggio di speranza". Il tema dell'edizione viene poi declinato come invito a dare voce alle nuove generazioni, a costruire spazi di ascolto, a lasciare che i giovani raccontino il mondo con uno sguardo "libero e non convenzionale". Benissimo. Ma di Morante, in questa presentazione, non è rimasto quasi nulla.
Il libro del 1968 non parla di giovani in senso anagrafico, non è una celebrazione delle nuove generazioni né un incoraggiamento alla partecipazione giovanile. È una cosa molto più scomoda: una divisione dell'umanità in due categorie irriducibili. Da un lato i Felici Pochi, portatori di bellezza, innocenza e scandalo. Dall'altro gli Infelici Molti, la massa che ha accettato il compromesso con il potere, con il conformismo, con quella che Morante chiama l'irrealtà ovvero la vita così come viene organizzata e imposta dalle istituzioni, dai ruoli sociali, dalle ideologie. I ragazzini del titolo non sono i quindicenni con le cuffie: sono coloro che, a qualsiasi età, rifiutano di essere assorbiti dal sistema. I modelli sono Rimbaud, Mozart, Cristo. Figure che hanno pagato con la distruzione il rifiuto di adattarsi. Non è un libro di speranza. È un libro di lutto e di intransigenza verso la borghesia.
Questa distinzione ha un problema strutturale che la critica ha quasi sempre eluso per affetto verso l'autrice vivente: è circolare e autoreferenziale. Chi sono i Felici Pochi? Lo decide Morante. Come li si riconosce? Perché hanno la sensibilità per riconoscersi. Gli Infelici Molti, per definizione, non sanno di esserlo. È la struttura logica del romanticismo più aristocratico (il poeta incompreso dalla massa) rivestita di un'utopia anarchica e sentimentale. Morante era troppo grande scrittrice per non rendersene conto, e la tensione tra la radicalità della visione e la sua inevitabile auto-celebrazione percorre tutto il libro come una corrente sotterranea.
Il punto però non è Morante. Il punto è cosa accade quando la sinistra culturale italiana quella che frequenta il Salone, che siede nei comitati editoriali, che organizza i panel e invita gli ospiti si impossessa di questa categoria. I Felici Pochi diventano uno strumento di autolegittimazione collettiva. Chi legge certi libri, chi frequenta certe fiere, chi ha certe sensibilità, si colloca automaticamente tra i Pochi. Gli altri il popolo che vota a destra, che non legge, che non va alle inaugurazioni, che preferisce la televisione alle presentazioni editoriali sono gli Infelici Molti per definizione, senza che nessuno lo dica esplicitamente, senza che nessuno debba argomentarlo. La superiorità morale non si rivendica: si vive.
Non è una novità. È il meccanismo che Christopher Lasch ha descritto trent'anni fa parlando della "rivolta delle élite" la progressiva separazione di una classe colta e metropolitana dal resto della popolazione, accompagnata dalla convinzione sincera di rappresentare i valori più elevati dell'umanità. In Italia questo meccanismo passa quasi sempre attraverso la letteratura, che offre una patente di sensibilità difficilmente contestabile. Nessuno può accusarti di snobismo se stai citando Elsa Morante.
La cifra la fornisce, involontariamente, chi dovrebbe lamentarsene. Secondo Francesco Giubilei, direttore scientifico della Fondazione Alleanza Nazionale, al Salone del Libro su 1250 marchi presenti quelli conservatori si contano sulle dita di una mano sola. Non è un'esclusione, nessuno impedisce loro di esporre. È qualcosa di più radicale: un'assenza strutturale che racconta trent'anni di desertificazione culturale di un'area politica oggi al governo. E racconta anche, per contrasto, quanto profonda sia l'egemonia di quell'ambiente che pensa a se stessa come minoranza morale. I veri (In)felici Pochi del Lingotto, a guardare i numeri, sono loro: quattro o cinque editori controcorrente nell'oceano editoriale. Ma nessuno li chiamerà così.
Il paradosso finale è che Morante stessa avrebbe rifiutato questa operazione. Lei non identificava i Felici Pochi con gli intellettuali romani che frequentava. Era semmai spietata con quel mondo. Il suo anarchismo era ostile a qualsiasi chiesa, compresa quella progressista. Usarla come stendardo del Salone è già una piccola distorsione; usarla come tema di una fiera con stand da tremila euro, sponsor istituzionali e carriere editoriali da coltivare è qualcosa di più: è la trasformazione di un'invettiva nel manifesto pubblicitario di un supermercato. È come intestare una fiera del lusso a Simone Weil. Una rapida scorsa al programma conferma che il Salone celebra il mercato e dunque il potere. I grandi stand fanno grandi affari. I piccoli sono presenti per certificare la propria esistenza. Stesso discorso per gli autori. Niente di male. Basta non fingere che sia altro. Il Salone del Libro è un'istituzione seria e utile, e chi la dirige lo fa con passione e competenza genuina. Ma c'è un momento in cui la scelta di un tema smette di essere un omaggio letterario e involontariamente diventa uno specchio.
Quello che riflette, in questo caso, è un ambiente che si pensa migliore senza doverlo argomentare, che celebra l'apertura mentale tra persone tutte uguali, che onora la complessità con il linguaggio della semplicità rassicurante. Un ambiente che ha scelto come proprio emblema un libro che condanna esattamente questo ma non se ne è accorto.