Heidelberg 1509, con una laurea nasce il mito di Faust

Cinquecento anni fa nell'università tedesca diventava dottore lo studente che ispirerà decine di letterati e musicisti, da Goethe a Liszt a Mann. Medico, barbiere, alchimista, e mago, fu ben presto accusato di sodomia e pedofilia e sospettato di amicizia col diavolo

Nel 1509 si laureava all'Università di Heidelberg un certo Johann Georg Faust, nato nel villaggio di Knittlingen intorno al 1480. E con la cerimonia nella quale il già antico e prestigioso ateneo tedesco conferiva il titolo di dottore a quello studente nasceva il mito, moderno tanto in senso letterale quanto in quello culturale, dell'uomo disposto al patto col diavolo pur di realizzare i propri sogni. Un mito che affascinò decine e decine fra letterati, musicisti ed esponenti delle arti visive di più o meno riconosciuto talento fra i quali vanno ricordati almeno il tedesco Johann Spies, estensore della prima biografia del nostro eroe, l'inglese Christopher Marlowe, il primo grande del teatro a mettere in scena la vicenda, Johann Wolfgang Goethe, forse il vero responsabile dell'immortalità di Faust, e Thomas Mann, che pubblicò il suo Doctor Faustus nel 1947 avendoci lavorato nei precedenti quattro anni. Quanto ai musicisti, fra gli altri Robert Schumann, Franz Liszt, Richard Wagner, Hector Berlioz e Arrigo Boito.
Certo, per diventare l'archetipo del sapiente ambizioso, scellerato e sacrilego il neolaureato Johann Georg doveva ancora vivere buona parte della sua avventura terrena, che si sarebbe conclusa a Staufen intorno al 1540, e mettere in mostra le sue strabilianti doti di medico, dentista, barbiere, alchimista e negromante, «professionalità», diremmo oggi, che all'epoca e ancora per un secolo abbondante si ritrovavano spesso riunite nella stessa persona. Ma già prima di conseguire il titolo accademico era citato, nella lettera che Johannes Trithemius, abate e occultista, indirizzava a un amico il 20 agosto del 1507, in questi termini: «Quell'uomo del quale tu mi scrivi, che ebbe la sfrontatezza di definirsi principe dei negromanti, è un vagabondo, chiacchierone e giramondo, degno di essere frustato». E solo quattro anni dopo la laurea, nel 1513, così era nominato nello scritto di un commerciante di Erfurt: «Otto giorni fa giunse in città un chiromante di nome Georg Faust: un vero e proprio spaccone, pazzo per giunta».
Insomma, forse era uno spirito libero tanto eccentrico da suscitare la riprovazione dei religiosi e tanto anticonformista da prendersi del matto da quei sacerdoti del senso pratico che sono da sempre i negozianti. Sicuramente era un uomo che fin dall'inizio aveva cercato la «visibilità» con le sue molteplici attività quali il maestro ambulante, l'astrologo, il medico e il consigliere di corte accentando anche il rischio della fama negativa che effettivamente si guadagnò. Con gli incantesimi falliti e gli oroscopi sballati ma soprattutto con le accuse di sodomia e pedofilia che sovente lo indussero a cambiare città, diciamo, senza preannunciare la decisione.
Questa la cronaca del rinvenimento del suo cadavere nelle parole del suo primo biografo, Spies: «Quando fu giorno si recarono nella stanza dove era stato il dottor Faust. Trovarono tutta la stanza imbrattata di sangue, il cervello era spiaccicato alla parete poiché il diavolo lo aveva sbattuto da una parete all'altra, vi erano pure i suoi occhi e molti denti sparsi qua e là, lo spettacolo era tremendo e pauroso. Trovarono infine il suo corpo fuori accanto al concime, orribilmente sfigurato, con la testa e le membra ciondolanti».
Il diavolo, ecco. Perché Faust può entrare nel mito soltanto accompagnato, o spinto, da Satana. E il rapporto con la malefica entità, già fortemente sospettato dal popolino e dal basso clero quando il dottore era in vita, viene come abbiamo visto certificato dal primo libro a lui dedicato. Quella Storia del dottor Johann Faust, ben noto mago e negromante... scritta nel 1587 e subito tradotta in inglese per la gioia di Marlowe e degli amanti del teatro.
Fra i quali, per nostra fortuna, c'era anche Goethe, che conobbe la vicenda dell'uomo che volle vendere l'anima al diavolo per superare i propri limiti proprio grazie a una delle tante rappresentazioni drammaturgiche ispirate all'inquietante laureato di Heidelberg. Una vicenda alla quale volle dedicare il suo magnum opus, quel monumento letterario al quale lavorò per sessant'anni e che ci restituisce un Faust salvato in extremis. Perché, anche secondo il dio ancora un po' illuminista di Goethe, il tentativo di superare i limiti della conoscenza «è la più nobile delle aspirazioni dell'uomo».
Una sorte diametralmente opposta rispetto a quella riservata da Mann al suo Doctor Faustus, il musicista Adrian Leverkuhn che, in quanto personificazione della Germania nazista, morirà in preda alla follia. Il romanzo di Mann si chiude così: «Un uomo solitario giunge le mani e invoca: Dio sia clemente con le vostre povere anime, o amico, o patria!».