Da Hitler alla Guerra fredda Il Novecento in un romanzo

Il libro-fiume di Kraus racconta la continuità tra SS e servizi segreti occidentali. E molto altro...

Ci sta tutto il Novecento in un romanzo solo? Forse no ma lo scrittore tedesco Chris Kraus ci va molto vicino con Figli della furia (SEM). Nello scaffale, dopo averlo letto, e se lo iniziate arriverete senz'altro alla fine nonostante la mole imponente, potete riporlo accanto a un altro libro formidabile, Le benevole (Einaudi) di Jonathan Littell.

Siamo in un ospedale. È il 1974. Un uomo con un proiettile in testa racconta la sua storia a un sempre più sbalordito e impaurito hippie con due viti in testa e un canale di spurgo per i liquidi cerebrali in eccesso. Beh, in effetti, l'hippie qualche motivo di inquietudine ce l'ha. L'uomo col proiettile in testa è un ex nazista, una ex SS di alto livello. Ed ecco la sua biografia per sommi capi. Nella periferica Riga, capitale della Lettonia, il nazismo si diffonde a macchia d'olio nella importante comunità tedesca. C'è bisogno di orgoglio germanico per fronteggiare la minaccia incombente del comunismo sovietico. I fratelli Solm aderiscono al movimento come una sorella. Piccolo dettaglio: Ev è ebrea, anche se lei stessa non ne è inizialmente consapevole. Hub e Koja fanno carriera ma a sorpresa è la stella del secondo, abile manipolatore, a brillare fino all'impatto con quel proiettile in testa che lo ha portato in ospedale a terrorizzare un hippie con le sue vicende personali.

Basato su fatti reali, e pieno di personaggi storici, Figli della furia segue la parabola di Koja. La sua carriera non subisce significative battute d'arresto: esordio nelle SS, sezione spionaggio; arruolamento nel NKSVD (il papà del KGB); agente doppio al servizio di Mosca e di Bonn nel dopoguerra; agente triplo al servizio di Mosca, Bonn, Tel Aviv; agente quadruplo al servizio di Mosca, Bonn, Tel Aviv e Washington. Koja ha informazioni, capacità organizzative, intuito. Sa come distribuire le sue capacità a vantaggio di tutti. In quel mondo sottratto alla vista dei cittadini, chiunque può essere un traditore e un assassino. Dietro a ogni amicizia si nasconde un vantaggio e «un atto sessuale senza secondi fini era spreco puro e semplice». Mentre Koja si fa largo nel mondo, a modo suo, senza apparire, facciamo conoscenza di Reinhard Heydrich, Heinrich Himmler, Klaus Barbie, Adolf Eichmann, Shimon Peres, J.R.R. Tolkien, Konrad Adenauer e molti altri, tra i quali spicca Reinhard Gehlen, il generale della Wehrmacht, capo dei servizi segreti sul fronte orientale durante l'Operazione Barbarossa. È Gehlen a portare i camerati delle SS nel nuovo sistema democratico: di fatto i nazisti sono reclutati dall'intelligence occidentale (e sovietica in misura minore ma significativa). A un livello sotterraneo, ma non per questo meno scandaloso, c'è continuità tra totalitarismo nazista e democrazia.

Già questo lascia intendere la quantità di dilemmi morali posti da Kraus. Il più grave: in questo mondo solidale, almeno a parole, qualcuno deve assumersi la responsabilità di essere «fascista» o «comunista». Gli illiberali di un tempo sono il fondamento della attuale libertà. Se possiamo crogiolarci nei buoni sentimenti è solo perché qualcuno è disposto a compiere cattive azioni. Possiamo fare finta di ignorare la verità per sentirci persone migliori. In questa società commovente, nessuno vuole interpretare il cattivo, è una parte difficile. Sintesi di Koja: «Tutte le famiglie collasserebbero se al loro interno non ci fossero delle bugie. E lo stesso vale per gli Stati. Non c'è mondo senza bugie, tanto meno un mondo dove le bugie vengono approvate». D'altro canto che differenza c'è tra noi e le società asservite al fascismo, se gli uomini che garantiscono la stabilità della nostra sono un mucchio di ex nazisti?

Grazie a una abbondante documentazione, raccolta in dieci anni di studi in Europa, in Sud America e negli Stati Uniti, Kraus mostra quanto i servizi segreti della Germania Ovest abbiano impiegato ex nazisti in modo sistematico. Il segno della continuità è la villa di Martin Bormann, il braccio destro di Adolf Hitler, abitazione nel Dopoguerra di Gehlen e sede della vera intelligence della democratica Repubblica Federale, l'Organizzazione Gehlen, agenzia di spionaggio composta interamente da ex camerati.

Il secondo tema, intrecciato al primo, è quello del consenso ai regimi antidemocratici. Si può essere volenterosi carnefici come Hub ma anche scivolare nell'orrore un po' alla volta, senza alcuna convinzione, come Koja. È incredibile come l'animo di un uomo possa essere scisso. Koja capisce l'orrore ma non si ferma, cerca soltanto di non essere coinvolto nelle mansioni più crudeli, nella deportazione e nelle esecuzioni di massa. Non può funzionare. Infatti si trova in un bosco a dare il colpo di grazia ai feriti rantolanti in una fossa dopo una fucilazione senza processo. Ma la coscienza si può mettere a tacere, ad esempio illudendosi di esercitare un male necessario per salvare la vita delle persone amate, i genitori, la sorella Ev ma anche la spia sovietica Maja. Si può anche cercare di minimizzare, e sentirsi, a posteriori, «travolti dalle enormi questioni della nostra epoca, dalla grandezza del presente, dalla vicinanza della guerra». Tutti motivi per cui «non possiamo in tutta onestà rimproverarci di essere stati nazisti». Si può anche credere, credenza recepita dalle leggi, di aver obbedito agli ordini, senza avere la possibilità di ribellarsi.

I problemi sollevati dal romanzo sono moltissimi. Non possiamo elencarli tutti, dunque andiamo a quello più scabroso. Figli della furia è anche un libro dissacrante, e strappa sorrisi, che spesso diventano risate, con l'umorismo cinico di Koja. I servizi non hanno niente di mitico: tutte le operazioni che non prevedono violenza fisica sul nemico si risolvono in comici disastri. Ecco, il lettore, mentre ride, prova disagio. In fondo è stare al gioco di Koja. Uno che racconta all'hippie vicino di letto di aver spedito a Dachau il suo vecchio insegnante di matematica, sospettato di simpatie socialdemocratiche, perché gli aveva fatto ripetere la quarta superiore. E dunque ecco Himmler, «il primo hippie che ho incontrato», fermare l'automobile per far passare ventimila rospi in migrazione. Ecco sedi SS dove i pappagalli sanno dire «Heil Hitler» e «Sieg Heil» ma anche, a sorpresa, «Hitler Kaputt». Ecco piani insensati tipo far attaccare Tokyo da pipistrelli incendiari, come se la capitale del Giappone fosse fatta di carta, agenti sovietici scagliati dagli aerei senza paracadute, perché tanto la zona è paludosa e trenta metri di tuffo cosa vuoi che siano (tutti morti), intere squadre naziste paracadutate nelle foreste degli Urali e lì falciate dal gelo e dagli orsi, progetti deliranti per uccidere Stalin e vincere una guerra ormai persa. Ecco l'ufficiale del NKVD sovietico discettare di arte con il prigioniero Koja e, giunti al comune odio per i Suprematisti, tirar fuori «un grosso album fotografico con tutti i Suprematisti che aveva personalmente interrogato e torturato».

L'amore, in questa latrina piena di moribondi, sembrerebbe l'unica cosa pulita. Ma Koja arriva alla conclusione che nemmeno in amore è possibile fare «la conoscenza del paese della verità». Viviamo dunque nella menzogna e nell'autoinganno. Oppure un intelligente ex SS, esperto manipolatore, vuole farci credere che sia così, per salvare la sua coscienza e macchiare la nostra.

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