Accompagno mia figlia a una festicciola nei giardinetti di Piazza Guardi (zona Argonne-Corsica) perché è il compleanno di Lev, 8 anni, bambino ucraino figlio di una coppia scappata dalla guerra che sino all'anno scorso era in classe appunto con mia figlia. La madre di Lev mi spiega che la loro casa, in Ucraina, è stata distrutta dai bombardamenti e che in ogni caso non potrebbero tornare perché le macerie risultano gravate da tasse che la burocrazia non ha mai interrotto.
Non è questo il punto. Alla festicciola siamo solo tre padri italiani e però guardiamo bambini di ogni colore perfettamente integrati che si parlano in italiano. Neppure questo è il punto. È un altro: Lev, il festeggiato, a settembre è appunto passato in un'altra scuola milanese e però, alla festicciola, non c'è neppure un suo nuovo compagno di classe, neanche uno; ha invitato solo i precedenti. Come mai? La madre spiega che Lev non conosce nessuno dei suoi nuovi compagni (13, più lui) perché parlano tutti e solo arabo, a Lev non rivolgono mai la parola, mai, fingono che non esista, non c'è neanche cattiveria: non lo calcolano e basta. La madre, una tipa rocciosa, parla senz'ombra di vittimismo e offre un'orribile pizza con le patatine fritte; dice che Lev appare separato anche nella foto di classe e che, quando esce da scuola, è distante dagli altri. Dice che sono indietrissimo nel programma scolastico, che usano i libri dell'anno passato (della seconda elementare, cioè) e che, oltre a non parlare italiano, i nuovi compagni ovviamente non parlano neanche ucraino, o russo: solo arabo, l'italiano sembra esclusiva di una maestra robotica e sconsolata di cui mi fa sentire anche la voce. Dice, ancora, che a scuola i fogli sulle bacheche sono tutti in arabo, anche le chat tra genitori sono in arabo, me ne fa sentire una. Mi dice che la scuola è sempre in allarme sanitario (pidocchi eccetera) e che suo figlio, alla mensa, rifiuta di mangiare perché dice che c'è odore di urina di topo, e gli viene da vomitare. La madre descrive gli altri genitori all'uscita da scuola con pigiami e ciabatte, perché abitano nelle case popolari lì vicino, dove, sostiene, pagano poco o nulla d'affitto, mentre loro, scappati da una guerra, l'anno scorso si sono dovuti trasferire a Motta Visconti perché costa meno (1.200 al mese) anche se è a 36 chilometri dalla scuola. Dice che posso scrivere quello che voglio, lei è scappata dalla guerra, che paura può avere. Mi dà anche il numero di telefono di una specie di assistente sociale (una brava, dice) e altri agganci per verificare il suo racconto.
Che è tutto vero. La scuola elementare è quella di via Paravia, a San Siro, e il cento per cento degli alunni (100%) è straniero, pur risultando tutti nati in Italia. Da molti anni lo risulta oltre la metà degli alunni milanesi (80 per cento in scuole dei quartieri Affori e Comasina e 70 per cento in via Dolci, ancora a San Siro) e non è una proprio una notizia, come non lo è che i bambini di madrelingua italiana siano costretti ad andarsene perché hanno difficoltà a socializzare, ma soprattutto perché restano indietro col programma: ora, però, siamo a un salto di qualità, perché il problema è passato ai bambini stranieri che non parlano arabo o che non sono musulmani, perché la stragrande maggioranza invece lo è. Non si dovrebbe dire arabi, ma "di lingua arabofona" e in via Paravia e dintorni, queste famiglie (con figli) sono il 60/70 per cento, mentre nel resto delle case popolari, il cosiddetto blocco Erp di San Siro, gli egiziani sono il 37 per cento e i marocchini l'11, a cui vanno aggiunti i musulmani di Senegal, Eritrea e parte dello Sri Lanka, più minoranze di altri Paesi.
Tutto questo "si sapeva", ma in realtà non si sapeva: lo sanno i genitori, io l'ho scoperto come genitore, ma i media raccontano un altro mondo: pochi articoli negli ultimi due anni (Giorno, Sole 24Ore, Repubblica) riportano delle sconcertanti veline col verbo dissociato di una preside che parla con la lingua biforcuta di un altro sistema solare: "Non ci sono problemi linguistici, i bambini parlano tutti l'italiano", "i ragazzi si sentono italiani", le quote del governo sono "impraticabili", "scuola-ghetto è solo uno stereotipo". Semplicemente balle. Gli articoli parlano di "romeni, sudamericani e cinesi" dei quali però non c'è traccia, o almeno non ne risultano alle tre maestre che abbiamo interpellato ("non faccia il mio nome", siamo a questo) né ad altre fonti; ci siamo anche piazzati per due mattine davanti alla scuola che ufficialmente si chiama "Radice" (anni Venti, appena risistemata anche coi soldi del Pnrr) ed eccoci ad Algeri, con le strade piene di donne velate e di cosiddetti maranza, ma non vogliamo incedere nelle solite descrizioni, ci interessa che in effetti sulle bacheche fuori dalla scuola i fogli sono in arabo. E ci interessa che, se entriamo nel perimetro dell'istituto e lo costeggiamo a un certo punto il caseggiato piega a destra e sbocca in via Stratico, dove c'è un ingresso opposto e dove c'è scritto "Nagib Mahfouz, scuola araba bilingue": e la ricordo bene, perché sino al 2006 quella scuola era in via Ventura proprio davanti a casa mia, a Lambrate, sinché la chiusero perché era abusiva; la memoria è vivida anche perché l'intera scolaresca un giorno mi invase casa dopo che avevano visto entrarci Nina Moric e Fabrizio Corona per uno stage fotografico. A parte questo, ora è tutto qui, a san Siro e il ministro Giuseppe Fioroni (Ulivo, governo Prodi) vent'anni fa fece riaprire la scuola e, curiosamente, simbolicamente, nello stesso caseggiato della scuola pubblica. Il ministro, nel riaprirla, disse che "gli alunni arabi sono meno di un terzo", certo. Quindi, riassunto: oggi nella parte italiana e pubblica del caseggiato sono tutti arabi, ma nella parte araba e privata dovremmo credere che no. Ovviamente non ci sono dati ufficiali a riguardo.
Però ci sono le incredibili "narrazioni" dei giornalisti e dei dirigenti scolastici di via Paravia. Se c'è il cento per cento di arabofoni (quasi) la colpa anzitutto è dei genitori italiani, si legge: i loro bambini "vengono richiamati dalle scuole paritarie", diceva la preside sul Giorno due anni fa, "temono ritardi nei programmi e che i figli subiranno contraccolpi per aspettare gli altri. Non è così". Non è così. C'è ancora molto turnover? "Non più" ripeteva la preside poco più di un anno fa al Sole 24Ore che già nel sottotitolo ribadiva che la situazione è "perché gli italiani se ne vanno", invertendo la causa con l'affetto. Non più: infatti gli italiani, che erano una minoranza, ora sono proprio spariti e l'isolamento sociale e nozionistico tocca agli ucraini e a tutti gli altri, persino i bambini romeni se ne sono andati.
Le assenze di massa per il Ramadam? "Si è strumentalizzata a fini politici una scelta operativa", dice ancora la dirigente questa volta a Repubblica. Il finale dell'articolo però è geniale: "Quando chiediamo ai ragazzi cosa vogliono fare da grandi, molti rispondono: i soldi". Sta a vedere che si sono integrati.