Allora, entro in questa camera d'albergo e sul riscaldamento c'è scritto: Per favore, non riscaldate e non raffreddate troppo la stanza, perché viviamo in un pianeta fragile e stiamo esaurendo le sue risorse. E allora che faccio? Non lo tocco. Poi leggo un altro cartello: Non cambiate le lenzuola troppo spesso, perché i detersivi distruggono le acque dei fiumi e spero che, quantomeno, abbiano cambiato le lenzuola dell'ultima persona che è stata in questa camera. A quel punto ho sete e ho bisogno di zuccheri, così apro il frigobar in cerca di una coca e trovo solo una bottiglietta d'acqua con la scritta No B Planet, ma non posso certo disidratare il pianeta, visto che non ce n'è uno di scorta. Però non è finita, in questo albergo non prendono affatto la questione alla leggera... E scopro che in camera non c'è nemmeno un cestino per i rifiuti, perché i rifiuti sono uno spreco e inquinano. Così, se mai riuscirò a bere una coca, mi toccherà nascondere la lattina sotto il letto". Questo è Edward St Aubyn, il più aristocratico degli scrittori inglesi contemporanei, alle prese con la quotidianità di un hotel milanese particolarmente zelante sull'ecologismo; che poi è anche uno dei temi del suo nuovo romanzo, Linee parallele, appena pubblicato da Gramma Feltrinelli: la storia di due gemelli, Olivia e Sebastian, abbandonati alla nascita e separati nelle loro esistenze, eppure destinati a incrociarsi da adulti, con il tramite (involontario) di uno psicanalista. Infatti il dottor Carr, che cura lo schizofrenico Sebastian da anni, è anche il padre adottivo di Olivia...
Edward St Aubyn, la società e la politica vogliono imporci il modo in cui dobbiamo vivere?
"Beh, credo che questo sia proprio un assalto alla mia coscienza: occupo una stanza d'albergo che è l'opposto dell'ospitalità. Molte persone, coi loro megafoni, ci urlano una cosa o l'altra, e sicuramente ciascuno di noi dovrebbe comportarsi in maniera responsabile nei confronti del pianeta. Ma l'assenza di un cestino per i rifiuti non significa l'assenza dei rifiuti stessi, anzi, contribuisce a crearli".
Questo romanzo, a differenza degli altri, è anche politico.
"In generale, la politica è noiosa e, finché resta tale, è un segno di buona salute. C'è un capitolo in cui Olivia e l'amica Lucy parlano di ciò che molte persone sperimentano, in quelle che erano le stabili democrazie occidentali: l'ossessione di perdere ciò che è sempre stato dato per scontato, ovvero la democrazia stessa, il bilanciamento dei poteri, il trattare gli alleati con rispetto, l'accoglienza verso gli stranieri... Tutte queste cose non le abbiamo mai viste sparire".
D'altra parte la politica invade le nostre vite? Nel libro parla di dittature del pensiero, del fatto che anche in Occidente certe parole e certi pensieri "sbagliati" siano vietati.
"Anche questo è un segno di cattiva salute della democrazia. È sicuramente in atto un tentativo di irregimentare i pensieri, ed è una sfortuna, perché credo che il woke sia diventato il terreno fertile per il populismo, che è una minaccia ancora più seria alla nostra libertà, poiché trasforma l'odio, il razzismo, l'ignoranza e la cospirazione in potere politico. D'altra parte, le idee alla moda del woke ci vengono imposte in maniera oppressiva e molte persone sono stufe".
Perché è così presente il tema della fine del mondo?
"Questo romanzo è sulla guarigione, sia del fisico, come nel caso di Lucy, che ha un tumore al cervello, sia dalla malattia mentale, come nel caso di Sebastian, che è schizofrenico, sia dalle malattie del pianeta, con Olivia che lavora a una serie radiofonica sull'estinzione. Da un certo punto di vista, quella dei Melrose era una serie molto concentrata sulle cose che, molto probabilmente, avrebbero potuto condurre alla mia estinzione personale; invece questo libro è imperniato sulle soluzioni, come la psicanalisi, il rinselvatichimento, la grande arte, la messa in discussione della visione scientifica del mondo, la connessione con gli altri esseri viventi".
Che cosa accomuna queste soluzioni?
"Il fatto di essere contro l'oggettività, che non esiste. Gli scienziati si danno tanto pensiero di eliminare gli aneddoti e le impressioni della soggettività ma, anche se guardiamo qualcosa attraverso un microscopio, non per questo diventa oggettiva: il risultato è comunque il resoconto di uno sguardo soggettivo. Innalzare l'oggettività a una posizione così elevata nella ricerca della conoscenza è ovviamente un errore, perciò una delle soluzioni sarebbe rivedere quest'enfasi".
Riprende il tema di Doppio cieco?
"Sì. Questa sarà una nuova serie di tre libri, della stessa lunghezza totale dei Melrose. In Doppio cieco questa argomentazione era esplicita; la storia continua in Linee parallele con le stesse domande, poste però attraverso l'arte e la psicologia: Sebastian prova un'esperienza di dissolvimento di soggetto e oggetto a una mostra di James Turrell, un artista che si dedica più a come vediamo, che a ciò che vediamo".
Come è riuscito a entrare nella mente di Sebastian?
"Le libere associazioni sono tipiche in psicanalisi. L'analista è come un critico letterario che legge quel testo che è l'inconscio del paziente; inconscio che, come un'opera d'arte, contiene metafore, simboli e connessioni. Uno dei metodi per leggerlo è proprio la libera associazione".
Funziona?
"Il paziente nevrotico è tipicamente rinchiuso nelle sue abitudini mentali e resiste alle libere associazioni, ma con uno come Sebastian il problema è l'opposto, perché non fa altro che libere associazioni: va in confusione e si spaventa, però allo stesso tempo ha un potenziale enorme per essere arguto e divertente. In questo libro ho cercato di essere ottimista, a parte l'estinzione, le minacce alla democrazia e alla salute del pianeta... I Melrose sguazzano nel buio, sono più come una tragedia greca, dove i padri mangiano i propri figli e accadono cose tremende; qui c'è soprattutto la guarigione. Però entrambe, la tragedia e la salvezza, provengono dalla stessa fonte, poiché ovviamente tutto è connesso".
Un po' come in Alexander von Humboldt, che definisce molto "contemporaneo"?
"Goethe, Schiller, Von Humboldt non vivevano in un mondo specializzato come il nostro, e il libro è anche su questo, sul bisogno di quello che si usava chiamare Rinascimento, che è stato inventato in Italia, e che riemerge in questi personaggi. Oggi le persone si rinchiudono in un piccolo pezzo di realtà, quello della fisica, quello della letteratura, quello della pittura: il nostro nemico è decidere che ci siano una sorta di mondo oggettivo della scienza e uno soggettivo dell'umanità, mentre quei singoli pezzettini di realtà potrebbe confluire tutti insieme in un equilibrio unico, come in Von Humboldt".
Che cosa ci dice l'Autoritratto con due cerchi di Rembrandt?
"Olivia e Sebastian sono colpiti dal suo sguardo, che è allo stesso tempo molto lucido, indagatore, implacabile ma anche molto gentile: è un uomo che vuole dire la verità, ma che non ha bisogno di essere crudele per farlo.
Ecco, questi miei libri sono sulla gentilezza e la compassione, in un modo forse non così presente ed esplicito nei miei primi lavori. E poi c'è anche una sfida letteraria: la gentilezza è un soggetto bistrattato... La letteratura è piena di criminali, truffatori, assassini, ipocriti, mentre c'è pochissima gentilezza. Diamole una possibilità".