Gli spacconi democratici che si attirano la sconfitta

"Asfalteremo tutti al voto": la sparata di Renzi è già da cult. Ma è solo l'ultimo di una serie di leader di sinistra traditi dai proclami tracotanti

Gli spacconi democratici che si attirano la sconfitta
Il sindaco di Firenze, Matteo Renzi, a "Porta a Porta"

«Se andiamo alle elezioni adesso li asfaltiamo», ha annunciato Matteo Renzi dal palco della Festa democratica di Milano fra gli applausi scroscianti di una folla che, in gran parte, alle primarie dell'anno scorso aveva convintamente votato per Bersani. E certo in questa sfrontata esibizione di ottimismo pesa la volontà del sindaco di Firenze di accreditarsi presso quel «popolo della sinistra» che fino a ieri lo considerava un incrocio malefico fra Craxi e Berlusconi. Ma Matteo - come ormai tutti lo chiamano con orgoglio e tenerezza - dovrebbe guardarsi dalla troppa sicumera, dall'arroganza preventiva del vincitore annunciato, dalla propaganda spaccona. Quantomeno perché porta male, visto che arriva nel giorno in cui l'ex governatrice dell'Umbria Maria Rita Lorenzetti è ai domiciliari con accuse pesantissime di corruzione. Un colpo durissimo alla presunta superiorità morale della sinistra, altro che proclami di vittoria annunciata. La cui serie storica si apre idealmente a piazza San Giovanni, a Roma, alla vigilia delle elezioni del 18 aprile 1948. Togliatti, nel comizio conclusivo, annuncia di fronte a una folla immensa l'intenzione di acquistare «un paio di scarponi chiodati per dare un calcio nel sedere a De Gasperi». Le cronache riferiscono di un applauso lungo dieci minuti. Ma tre giorni dopo la Dc sfiorò la maggioranza assoluta e raggiunse il suo massimo storico (va detto a onore di Togliatti che il suo Fronte popolare fece comunque meglio, con il 31% dei voti, della sgangherata macchina da guerra bersaniana, che a febbraio s'è fermata al 29%).
La certezza della vittoria, al netto del pur necessario ottimismo che ogni generale deve ostentare per invogliare le truppe alla battaglia, è frutto, a sinistra, del suo vizio capitale: cioè della convinzione di essere migliori, culturalmente e antropologicamente, e dunque di meritare, o addirittura di esigere come un riconoscimento dovuto, la sconfitta dell'avversario. E se i «migliori» non vincono, allora la colpa è del popolo, che si è fatto di volta in volta corrompere, infinocchiare o illudere dal primo venuto.
La storia delle sconfitte della sinistra è anche la storia delle sue vittorie annunciate. Il caso certamente più clamoroso riguarda Bersani, lo smacchiatore, che pochi mesi fa è riuscito a perdere - a «non vincere», come disse pudicamente dopo quarantott'ore di imbarazzato silenzio - una tornata elettorale il cui esito appariva a tutti scontato. Renzi, che non è uno sciocco, dopo essersi autoproclamato asfaltatore proprio a Milano ha preferito rifiutare un giaguaro di pezza che i giovani democratici gli volevano a tutti i costi regalare. Il giaguaro da smacchiare, già protagonista di un indimenticabile videoclip girato sul tetto della sede del Pd, è infatti diventato il simbolo della sconfitta, la metafora del naufragio, l'immagine di un'impotenza che sfiora il ridicolo.
Soltanto la «gioiosa macchina da guerra» di Occhetto è in grado di gareggiare con il giaguaro di Bersani in forza evocativa. L'allora segretario del Pds e leader del Progressisti si trovò ad affrontare per primo Berlusconi - e questo, in effetti, deve valergli come attenuante generica - e ne uscì letteralmente a pezzi. Occhetto commise nel lontano 1994 l'errore che tutti i leader di centrosinistra dopo di lui (con l'eccezione di Veltroni) hanno continuato testardamente a commettere: sottovalutare l'avversario. E, nel caso specifico, considerare il Cavaliere per metà un bandito e per metà un dilettante, dunque inesorabilmente destinato alla sconfitta nello scontro diretto con i professionisti della politica e della morale.
Anche D'Alema, che pure del berlusconismo sembrava aver capito molto, commise da palazzo Chigi l'errore fatale di prevedere una netta vittoria dell'Ulivo alle elezioni regionali del 2000. Fu invece una disfatta: il centrodestra conquistò la Liguria, il Lazio, l'Abruzzo e la Calabria, e D'Alema scelse la strada delle dimissioni per lasciar posto a Giuliano Amato. L'anno dopo Berlusconi vinse le elezioni alla grande.
Se questi sono i precedenti, la cautela non dovrebbe mai mancare quando ci si propone di «asfaltare» il centrodestra. È dall'autunno del '94, quando Bossi lo disarcionò dal governo, che si parla della «fine di Berlusconi»: le virgolette sono d'obbligo, perché si tratta ormai di un vero e proprio genere letterario, periodicamente riproposto con leggere varianti e sistematicamente smentito dai fatti. Che il Cavaliere non sia nel momento più brillante della sua lunga carriera è chiaro a tutti, e a lui per primo. Ma un po' di prudenza è d'obbligo. Insomma, caro Matteo: non dire gatto se non l'hai nel sacco.

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