Askatasuna esulta a seguito della manifestazione di sabato a Torino e sostiene che il corteo è stato “un successo al di là di tutte le aspettative. Lo sappiamo noi e lo sa, soprattutto, il governo”. Fonti ufficiali parlano di 15mila partecipanti al corteo, il centro sociale arriva fino a 50mila e sostiene che lo sgombero di dicembre“ è diventato occasione per ricostruire legami, riconoscersi, ritrovarsi. Questo è un fatto politico enorme”. Costruiscono la narrazione secondo la quale loro sono legittimi, che è un costrutto comodo da sfruttare con la politica istituzionale quello del corteo pacifico e contrapposto al governo, riconosciuto anche dalla politica perché parlamentari si trovavano lì in mezzo. Ma chiunque si trovava in piazza a Torino sapeva che la manifestazione sarebbe finita con uno scontro, perché migliaia di persone non arrivano da tutta Italia solamente per un corteo solidale.
Ma questa ricostruzione per Askatasuna diventa un passaggio secondario nella narrazione della giornata di sabato, nella quale è la polizia responsabile degli scontri: “In corso Regina, l’apparato repressivo messo in campo dal governo Meloni e dal ministro Piantedosi ha risposto subito alla deviazione con una forza sproporzionata, scaricando centinaia di lacrimogeni sullo spezzone”. Quindi non sono loro ad aver provocato battaglia con la polizia ma sono gli agenti ad averli provocati: è il mondo al contrario che gli antagonisti provano a costruire come forma di legittimazione, per convincere che loro sono i buoni che combattono i cattivi. “Non si aspettavano che lo spezzone colpito reggesse l’urto, resistesse, avanzasse metro dopo metro, senza panico né tentennamenti con l’obiettivo di avvicinarsi a uno stabile che è stato strappato come uno scalpo”, scrivono ancora. Per loro gli scontri di piazza sono un gioco di ruolo in cui il virtuale è sostituito dalla vera guerriglia urbana per conquistare un obiettivo.
Vogliono essere liberi di distruggere perché se lo Stato fa il suo lavoro e ferma l’orda barbarica diventa violento. “Se tanta gente, così varia e così determinata, si è vista in piazza due volte in due mesi bisognerà farci i conti no? Sicuramente al governo lo hanno capito. Parte quindi, scientifica, la grancassa per decontestualizzare e ricondurre una questione sociale nel campo dell’ordine pubblico”, scrivono ancora nel loro comunicato. Il tentativo è chiaro: vogliono delegittimare lo Stato, far credere che stia operando una repressione che prescinde dall’ordine pubblico: “Si azzardano paragoni storici ridicoli (gli anni di piombo) per provare a nascondere una verità quasi banale: se la politica chiude spazi, tanti giovani gli spazi decidono di prenderseli, se il potere fa una prepotenza, a volte qualcuno si incazza”. Dimostrano ancora una volta quale sia il loro obiettivo, quale sia la loro attitudine, la volontà di operare al di fuori dei confini della legalità senza controllo e il diritto di attaccare lo Stato quando questo arriva a far rispettare le regole.
Intanto i sindacati di polizia alzano la voce dopo l’ennesima conta dei feriti che somiglia più a un bollettino di guerra che a una manifestazione. “È indispensabile rafforzare gli strumenti di prevenzione a partire dal fermo preventivo nei confronti dei soggetti che orbitano stabilmente attorno a contesti ad alto rischio. È una linea di buon senso, che va nella direzione indicata dal ministro Piantedosi, e che serve a isolare i violenti senza comprimere il diritto costituzionale a manifestare”, ha dichiarato Domenico Pianese, segretario del Sindacato di Polizia Coisp.
“Qui si parla della vita di persone oneste che svolgono il proprio dovere, non curarsene e non proteggerle in ogni modo è quanto di più odioso, irresponsabile, ingrato e vile si possa immaginare”, sono le parole di Valter Mazzetti, Segretario generale Fsp Polizia di Stato, dopo i gravi fatti di cronaca degli ultimi giorni.