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Antifascisti a parole e fascisti nei metodi

La sinistra vive di una superstizione: l’“allarme fascismo”. Lo sventola contro qualsiasi governo non sia il suo, contro qualsiasi misura di ordine pubblico, contro qualsiasi idea non allineata. È un ricatto psicologico

Antifascisti a parole e fascisti nei metodi

Gentile direttore Feltri, sabato a Torino c’è stata una vera e propria guerriglia tra i teppisti di Askatasuna e la nostra Polizia di Stato.
Leggendo il Giornale di ieri noto nel commento del direttore Cerno il termine «fascismo rosso»; io chiedo che le cose vengano chiamate col loro nome. Non è «fascismo rosso», è comunismo. Il comunismo in tutto il mondo ha preso il potere con un colpo di Stato e con la violenza, il fascismo ha vinto le elezioni.
Quelli di Askatasuna eccetera non sono «fascisti rossi», sono comunisti. Che forse è anche peggio. La violenza non è solo nell’estrema destra, ma anche - e forse di più nell’estrema sinistra; e chiamarli «fascisti» elimina la loro vera essenza: comunisti! Voi che siete un giornale con idee vicine alla destra di governo chiamateli col loro vero nome: comunisti.

Giuseppe Ultimieri

Caro Giuseppe, la tua domanda è legittima, ma parte da un equivoco: credi che le parole servano solo a fare l’inventario dei fatti, mentre spesso servono a smascherare una bugia. Il direttore Cerno non ha scritto «fascismo rosso» perché non sa che quei signori si dichiarano comunisti, o perché intendesse in qualche modo mondarli dall’essere comunisti cambiando etichetta. L’ha scritto per inchiodare la sinistra al suo trucco più vecchio e sporco: gridare “fascismo!” ogni volta che perde un argomento, una piazza, un consenso, e soprattutto ogni volta che la realtà smentisce la sua superiorità morale di cartapesta. In Italia il fascismo è diventato un feticcio: lo si vede dappertutto, tranne dove c’è davvero il metodo fascista, cioè la sopraffazione, la violenza organizzata, l’intimidazione, la pretesa di imporre il pensiero unico con la paura. E, guarda caso, quel metodo, oggi, lo ritroviamo più spesso in un certo estremismo “rosso”, che nei salotti progressisti si ama raccontare come “antifascismo militante”. Militante, sì: nel senso che milita con i caschi, le spranghe e i martelli. Ecco perché «fascismo rosso» è un’espressione intelligente e chirurgica: perché rovescia lo specchio davanti a chi, da anni, fa il gioco delle parti. Ti accusa di fascismo e poi, quando in piazza si accende l’incendio, quando la città diventa teatro di guerra, quando un agente viene aggredito con un’ascia e un martello, ti dice che la colpa è “del clima”, “della repressione”, “della polizia che provoca”. È la vittima che diventa carnefice e il carnefice che diventa “ragazzo fragile”. È la liturgia dell’impunità travestita da sensibilità. Tu però hai anche ragione su un punto fondamentale: sono comunisti, e spesso lo rivendicano con orgoglio. E questo la dice lunga sulla deformazione culturale che ci portiamo dietro: abbiamo trasformato il comunismo in una specie di idea “buona per definizione”, una cosa da professori, da cineforum, da editorialisti con la sciarpina. Come se fosse solo un’opinione un po’ romantica, una nostalgia da salotto. Peccato che il comunismo, quando è diventato potere, abbia fatto ciò che fanno tutti i totalitarismi: censura, carcere, violenza, polizia politica, morti. E qui non si parla di “interpretazioni”, si parla di storia. Allora sì, chiamiamoli comunisti. Ma non facciamoci imbrogliare: “comunisti” e “fascisti” non sono opposti morali, sono due famiglie dello stesso albero malato, ossia quello del totalitarismo. Cambiano i simboli, non cambia la logica. Entrambi si sentono autorizzati a schiacciare l’individuo in nome di una causa “superiore”. Entrambi si credono il bene. Entrambi, quando agiscono, pretendono impunità. E soprattutto entrambi usano la violenza come scorciatoia politica. Il punto, però, non è fare il purista delle definizioni. Il punto è capire perché utilizzare oggi quel termine può essere utile. Perché la sinistra vive di una superstizione: l’“allarme fascismo”. Lo sventola contro qualsiasi governo non sia il suo, contro qualsiasi misura di ordine pubblico, contro qualsiasi idea non allineata. È un ricatto psicologico: ti do del fascista e così ti zittisco.

Ecco: «fascismo rosso» è un colpo di fioretto (anzi, di sciabola) contro quel ricatto. È dire: guardate che il gusto della violenza, della prepotenza, della piazza che comanda, non è patrimonio della destra, bensì è anche vostro, e spesso è vostro più di quanto abbiate il coraggio di ammettere.

Gesù Cristo direbbe «prima di guardare la pagliuzza nell’occhio altrui, togliti la trave dal tuo». Ecco, questa è la fotografia morale del nostro tempo: c’è chi passa la vita a cercare fascisti ovunque e poi, quando la violenza arriva dalla sua parte, diventa improvvisamente miope, comprensivo, indulgente.

È la stessa ipocrisia che trasforma un incendio in “poesia”, una sassaiola in “resistenza”, un’aggressione in “conflitto sociale”.

Dunque, caro Giuseppe, sì, sono comunisti, e spesso pure fieri di esserlo; sì, il comunismo ha una storia sanguinosa e una lunga carriera di soprusi; ma no, non si sbaglia a chiamarli «fascisti rossi» se lo scopo è mostrare la loro natura fascista nei metodi, mentre si travestono da “antifascisti” per ottenere lo sconto morale e giudiziario. In conclusione: chiamali come ti pare, ma continua a non farti fregare dall’etichetta.

Qui non siamo davanti a un dibattito filosofico. Siamo davanti a delinquenti che adoperano la politica come alibi per picchiare, distruggere, intimidire. E credimi, quelli non hanno mai avuto bisogno di “camicie nere” per fare paura.

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