Chi non ha mai avuto una sbandata sentimentale? Il cuore è un guazzabuglio. Anche in politica. A Italo Bocchino questa legge dell'umana natura ha causato parlo di politica una clamorosa bancarotta. Capita di rado, ma bisogna ammetterlo: è riuscito a rialzarsi.
La sua vicenda è nota: carriera luminosa nella destra fino al 2011, quando deragliò agganciandosi alla locomotiva sventurata di Gianfranco Fini. Sbattere lo ha rinsavito. Si è rimesso in carreggiata. Sta persino riuscendo nel mestiere più difficile: riconquistare la fiducia della sua famiglia spirituale.
Lo fa accettando la pena di un doloroso purgatorio, ovverosia una settimanale sorsata di olio di ricino quale pendolare fisso a 8 e mezzo, nei panni di chi, solitario, sostiene le ragioni della destra al governo. Regge Lilli Gruber e replica con rapidi colpi secchi alla saccenza torrenziale di Massimo Giannini. Un cilicio portato con classe: per uno che passava per il Bel Ami di Guy de Maupassant del terzo millennio, padrone dei salotti e delle redazioni, la penitenza è stata pienamente scontata.
Ma qui Bocchino conta poco come personaggio. Conta il libro.
Giorgia, la figlia del popolo (Solferino, pagine 208, 17 euro) è un volume che funziona a due livelli: come ritratto politico di Giorgia Meloni e come resa dei conti silenziosa con una certa destra che ha perso tempo, occasioni e bussola. È anche il naturale completamento del libro precedente di Bocchino, nel quale narrava la lunga traversata della destra italiana dopo la fine della Prima Repubblica: un racconto spesso amaro, ma necessario, di errori, illusioni e tradimenti.
Qui però il centro è Meloni. E Bocchino fa una cosa intelligente: non la mitizza. La spiega. E spiegare, oggi, è più rivoluzionario che esaltare.
Giorgia Meloni non nasce nel Palazzo, non cresce nei salotti, non viene allevata tra i giornali amici. Viene dalla Garbatella, da una madre sola, da un'infanzia senza protezioni. Bocchino insiste su questo punto con una frase che vale più di molte analisi sociologiche (traduzione mia): chi cresce senza reti di sicurezza impara presto che la vita non fa sconti. È lì che nasce il suo carattere politico: sobrio, diffidente, resistente.
Il libro smonta una menzogna ripetuta per anni: che Meloni sia un corpo estraneo alla Repubblica. Al contrario, è una figlia coerente del popolo italiano, di quel popolo che non ama i predicozzi, non sopporta l'arroganza morale e diffida dei convertiti dell'ultima ora. Non ha mai chiesto scusa per le proprie idee, ma le ha portate dentro la realtà del governo. Ed è questo che alla sinistra non dà pace, e la induce a denigrare goffamente.
Bocchino racconta bene anche la disciplina personale della premier. Meloni non è una leader emotiva, non è isterica, non vive di improvvisazioni. È metodica. Studia i dossier. Ascolta. Decide. Non ama i riti del potere, non si circonda di adoratori, non si perde nella mondanità romana. Governa come una che sa che il potere passa, ma le conseguenze restano.
E qui il libro diventa anche una polemica implicita con l'Europa dei sermoni. Meloni non è antieuropea: è anti-ipocrisia. Bocchino lo scrive senza giri di parole: non contesta l'Europa come progetto, ma l'Europa che pretende di educare i popoli invece di rappresentarli. È per questo che oggi viene ascoltata più di molti leader che si gonfiano di grandeur ma contano meno.
Per dovere di sintesi, ricavo dall'ampio e gustoso argomentare bocchiniano i dieci capisaldi a cui si ancora il consenso personale che Giorgia raccoglie nel popolo, ben oltre il recinto della destra.
1. Giorgia Meloni nasce fuori dall'élite e non ha mai finto il contrario.
2. Se ha mutato parere, non l'ha fatto per convenienza, ma per ragioni di governo.
3. Considera lo Stato una cosa seria, non un manuale di retorica per fregarti.
4. Non confonde i diritti con i desideri; intanto si carica di doveri.
5. Ritiene la sicurezza una condizione inesorabile della libertà.
6. Non pratica il vittimismo, neppure quando viene attaccata.
7. Non ha complessi di inferiorità verso l'Europa. Non vuole ripudiarla, ma darle forma.
8. Non usa il linguaggio dell'odio, ma quello della responsabilità.
9. Governa senza chiedere permesso ai giornali.
10. Sa che il consenso si perde in un attimo, ma la dignità no.
Queste componenti dell'anima profonda e del volto visibile si intonano nella personalità piena di Giorgia; ed è questa forza interiore, prima ancora che politica, che manda in tilt i compagni.
Quanto a Bocchino: è giusto ricordare del passato qualcosa che lo caratterizza ben più della sciagurata fuitina con Gianfranco Fini. È meschino chi lo riduce a quell'inciampo. Il vero marchio di Italo è un altro: il richiamo costante, quasi paterno, che nel Bocchino di oggi è tornato a esercitare Pinuccio Tatarella (1935-1999), vero padre nobile della destra di governo, che insegnava una lezione semplice e dimenticata: la destra o governa o scompare. Quella lezione Bocchino l'ha capita tardi, ma l'ha capita.
Questo libro è anche un modo per dirlo. Non con l'autocritica lacrimosa, ma con la chiarezza di chi ha visto cosa succede quando si scambia la purezza per politica.
Infine, una parola ancora sul circo mediatico. Vedere Bocchino a 8 e mezzo è istruttivo. Da una parte Lilli Gruber, che interroga come un pubblico ministero convinto della colpevolezza preventiva; dall'altra Massimo Giannini, che parla come se stesse correggendo un compito in classe a un alunno discolo. In mezzo, uno che risponde. Senza urlare. Senza strisciare. È già una rivoluzione di linguaggio per una destra di governo. Giorgia è inimitabile, d'accordo. Da Italo, qualcosina si potrebbe copiare.
Giorgia, la figlia del popolo è, infine, un libro che raccomando senza esitazioni. Dovrebbero leggerlo due categorie di persone: quella cui Giorgia è già gradita, per conoscere meglio non solo lei, ma se stessi; e quella di chi non la sopporta.
In un'Italia dove capire l'avversario è diventato un tabù, accettare gli strumenti per comprendere l'altro da sé sarebbe un atto di coraggio civico. La sinistra ne guadagnerebbe. Ma ce l'ha questa onestà intellettuale? Mah.