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Calenda ora guarda a sinistra e si propone come "anti-Schlein"

I toni esasperati della politica chiudono spazi ai moderati e il leader di Azione apre al dialogo col Pd

Calenda ora guarda a sinistra e si propone come "anti-Schlein"
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La prima vittima della «radicalizzazione» che ha contagiato la politica italiana è Carlo Calenda (nella foto) sballottato prima a destra e ora a sinistra. Qualche settimana fa aveva indicato la Meloni come il «miglior ministro degli esteri» possibile. Ieri, invece, per l'adesione al «board of peace» di Trump il leader di Azione ha messo la premier nel mirino della sua filippica, la considera responsabile «di una pagina nera dell'Italia» e ha rincorso la Schlein per aderire alla mozione del «campo largo». Naturalmente il fido Richetti mette le mani avanti: «Non è una svolta a sinistra: il fatto è che la creatura di Trump è una minchiata». Mentre il ministro Ciriani è disorientato dalla «trottola» Calenda: «Ho perso il filo, ma non credo che vada a sinistra. La Gualmini ha appena lasciato il Pd per lui e ora che fa? La riporta indietro? Mah! È la traiettoria inerziale di chi dà una botta qua e una di là».

Solo che se la politica si radicalizza, se non esistono le sfumature ma solo il bianco e il nero, è chiaro che le posizioni di mezzo sono penalizzate, vengono sballottate da un estremo all'altro e cercano riparo magari in uno dei due schieramenti. Così Calenda giura che non sarà mai «vassallo di Trump e Vance», che «è pronto a trarne le conseguenze», fa capire alla Gualmini che può tornare a sinistra e incarica la Bonetti di tenere contatti con il Pd.

Mai nella politica italiana, o rare volte, c'è stata una fase così selvaggia, estrema, nel lessico e nei comportamenti come l'attuale. Il duello all'ultimo sangue sul referendum e il personaggio Trump sono argomenti estremamente divisivi che eccitano le curve, gli hooligans di entrambi gli schieramenti: il fronte del «No» al referendum punta tutto su loro. Specie chi è nel mezzo non ha protezione ed è violentato nella sua indole e nella sua politica. Alla buvette il frastornato capogruppo forzista Barelli esclama: «Siamo alla merda in faccia. Pensate a Gratteri». L'eminenza grigia di Fratelli d'Italia Donzelli parla «di un'atmosfera letale». «Ed è un errore - rimarca - perché c'è sempre un giorno dopo. Ad esempio sul board ti può anche stare sulle scatole Trump ma lì ci devi stare. Lo ha capito pure la Germania». E se Berlino decidesse di inviare qualcuno senza i gradi di un ministro anche l'Italia si potrebbe adeguare.

Il ministro Zangrillo in Transatlantico è fuori di sé: «Solo insulti e slogan, nessuno entra nel merito delle questioni. La sobrietà è bandita a danno di noi moderati. Io Trump non lo sopporto proprio ma è giusto entrare nel board almeno da osservatori perché la pace passa da lì. Sul referendum siamo alle barricate: quando ho visto Gratteri dire quelle cose pensavo che fosse frutto dell'intelligenza artificiale. Non parliamo poi dello scandalo che è scoppiato sulla richiesta all'Anm di dichiarare i contributi. È sacrosanta. Voglio sapere chi gli versa soldi. Se ci sono delinquenti che hanno versato per avere favori!»

A sinistra l'aria non cambia. Anzi è peggio. Il vicesegretario del Pd, Provenzano, è un fiume in piena: «La Meloni va dove la porta la fiammail board è una truffamette l'Italia sotto padrone». E non risparmia colpi bassi: «Non voglio - cita - il mondo di Trump per i nostri figli: è una frase di Marina Berlusconi». «Io - racconta Fratoianni in questa corsa al rialzo - volevo tirare fuori a Tajani la battuta di Berlusconi su quella culona della Merkel, ma ho evitato».

È una gara a chi osa di più. I militi di Vannacci sono diventati dei missionari della religione Maga di Trump. «La nostra piattaforma - confida Ziello che vuole i russi nel board di Gaza - è pura dottrina Maga». In fondo la matrice è quella: la scissione del generale segue di due settimane la scomunica che il grande sacerdote Maga, Bannon, aveva inflitto alla Meloni.

Risultato? «Una rincorsa a destra - suggerisce Furfaro della segretaria Pd - su chi è più trumpiano». Così allo scontro sul referendum seguirà quello su Trump».

Da qui al 23 marzo - paventa Vincenzo Amendola - andremo avanti a mazzate e di nuovo fino alle politiche. Ma la Meloni non riuscirà a liberarsi dall'abbraccio mortale di Donald il rosso, uno che tra i cittadini europei ha un gradimento del 20%.

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