Ci mancava la prova del nove. Ce l'ha data Massimo Giannini editorialista di Repubblica e principe dei salotti della gauche nell'Italia che fa la morale al politicamente scorretto. Alfiere di quella sinistra ben pensante, capace di piegare il linguaggio come un origami, per dirci che la ragione e la morale stanno solo da una parte e tutto il resto non è nemmeno noia, come cantava il maestro Franco Califano, ma è razzismo, fascismo, autoritarismo, sovranismo. Si è capito dalle sue parole dell'altra sera quando, nell'ossessione per Giorgia Meloni e il suo governo, si è lanciato in una metafora degna di un nazistello da motoraduno. Ci ha spiegato che finire in sedia a rotelle, magari fino a cento anni, significa rendere inutile la propria vita. Ha insultato in un colpo solo i vecchi e gli handicappati o, come dicono loro, gli anziani e i diversamente abili. È seguita una polemica. E come dicono dalle mie parti, peggio il tacòn del buso, sono arrivate le scuse posticce, intrise a loro volta di quel politicamente corretto che avrebbe dovuto inserire come un pilota automatico, anzi un sistema di guida autonoma come sulla Tesla del compagno Fratoianni, già la sera prima. Ha spiegato che la colpa non è sua ma è nostra, che strumentalizziamo. Su una cosa ha ragione, lui non ha colpe. Ha semplicemente dimostrato che cos'è il moralismo della sinistra di oggi. Una grande bugia.
Giannini ha detto quello che pensava, quando parla a ruota libera. La sinistra è un'élite che si crede più colta, più elegante, più ricercata, più avanzata, più ricca e più chic. Come i loro banchi a rotelle, quelli sì inutili.