"Giustizia usata per scopi politici". Se lo dice anche la Boccassini...

Ilda la Rossa attacca i collegano che usano i tribunali come trampolino di lancio per fare politica. Che dire di lei che la fa direttamente in Aula?

"Giustizia usata per scopi politici". Se lo dice anche la Boccassini...

Sempre sulla cresta dell'onda, sempre alla ribalta dei tiggì e giornali. A poche settimane dalla condanna monstre di Silvio Berlusconi per il Rubygate, il pm Ilda Boccassini va all'attacco dei suoi colleghi, i giudici. Una sparata senza precedenti contro le toghe politicizzate, contro quella branca della magistratura che ha usato le aule di tribunale per spiccare il volo in parlamento. A Ilda la Rossa, che la politica l'ha sempre fatta direttamente nei corridoi del Palazzo di Giustizia di Milano, proprio non vanno giù i vari Antonio Di Pietro, Luigi De Magistris e Antonio Ingroia che, negli ultimi anni, hanno amaramente tentato di accaparrarsi una poltrona. "Non è una patologia della magistratura - ha spiegato la pm di Milano - ma ci sono dei pubblici ministeri che hanno usato il loro lavoro per altro".

Dai processi alla mafia infiltrata nel Nord Italia alla valanga giustizialista ribattezzata Tangentopoli, fino a quei sette anni inflitti al Cavaliere per il teorema montato ad arte su Karima el Mahroug, la Boccassini ha conquistato prime pagine sui quotidiani e lunghi servizi nei telegiornali nazionali spettacolarizzando il Rubygate con telefonate piccanti, scene di burlesque e gossip di seconda mano e trasformando il tribunale nella succursale di una rivista patinata. Ilda la Rossa, un po' per il colore dei capelli, un po' per la sua tenacia nell'attaccare Berlusconi. Che sia proprio lei a tirare le orecchie a quei magistrati che hanno usato le cause, che gli venivano affidate, per farsi strada nella politica. Non fa nomi. Li lascia aleggiare nell'aria. In occasione della presentazione del libro L'onere della toga di Lionello Mancini, ha duettato col direttore del Corriere della Sera Ferruccio de Bortoli sul "ruolo eccessivo" di "supplenza" che, troppo spesso, le procure hanno assunto. "Se avessi avuto l’impressione di una patologia - ha garantito - avrei avuto la forza di tirami indietro". Il pm del processo Ruby ha riconosciuto che negli ultimi vent’anni c’è stato uno "scontro tra mass media, magistratura e politica". Uno stato di "conflittualità talmente alta" che, a suo giudizio, ha impedito lo svolgimento di una "riflessione" anche all’interno della categoria professionale. È mancata, è il ragionamento della Boccassina, una autocritica che la categoria avrebbe dovuto fare (e non ha fatto) dopo la morte di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Ricordando gli anni di Tangentopoli e la sua esperienza nel team di Mani pulite, la Boccassini ha rivelato di aver "provato una cosa terribile" quando le capitò di assistere alla gente che inneggiava ai pm, scandendone i nomi. "La vivo come una situazione di disagio - ha spiegato - non è quello (l’approvazione della gente, ndr.) che mi deve spingere ad andare avanti, ma fare bene il mio mestiere". "Anche se i nostri nomi posso essere usciti dieci volte in più sui giornali rispetto ai pm la cui storia è raccontata nel libro, io e Giuseppe Pignatone siamo persone normali", ha concluso la Boccassini rivolgendosi al procuratore di Roma, intervenuto anch’egli alla presentazione. "Siamo persone normali che, nella normalità, cercano di "affrontare l’invasione mediatica". In realtà, le campagne contro Berlusconi raccontano tutta un'altra Boccassini.