Il mondo antagonista è finalmente sotto la lente d'ingrandimento grazie al filone investigativo portato avanti dalla Procura di Napoli. Si tratta di un'inchiesta arrivata alla vigilia del 25 aprile, ricorrenza storica per questo Paese, che le frange del radicalismo rosso stanno cercando di sottrarre alla sinistra dell'Anpi e del Pd. Benché la sinistra istituzionale stia tentando da tempo di avvicinare l'area radicale, considerata un bacino di voti, da quella parte c'è sempre stata molta diffidenza. La stessa nascita dei Carc, prima, e del (nuovo) Partito Comunista, dopo, è una risposta di rottura al PCI degli anni Ottanta, che, a loro dire, sarebbe stato corresponsabile della disgregazione della lotta di classe, figlia del «pentitismo», come lo definiscono nella loro «biografia», che ha portato «in carcere centinaia di militanti delle BR e di altre organizzazioni combattenti e di compagni che avevano solidarizzato o collaborato con loro». E le Br, come si è visto, tornano nell'indagine di Napoli come ipotesi investigativa. Oggi, si legge nel documento dei Carc, le due fazioni si muovono nello stesso solco ma su piani diversi, perché il (n)PCI (il nuovo partito comunista italiano) si è assunto la responsabilità di attuare la strategia mentre i Carc di sviluppare la tattica. Qual è questa tattica? Destabilizzare il Paese con le manifestazioni, attivare le masse per rendere l'Italia «ingovernabile»
all'esecutivo di Giorgia Meloni e a qualunque «governo di larghe intese», in modo tale da imporre il «governo di blocco popolare», come hanno ribadito più volte.
E proprio nell'ottica di essere presenti in ogni occasione di possibile lotta, i Carc hanno annunciato la propria presenza nel corteo di Roma del 25 aprile, dicono, «per rispondere con la disobbedienza ai bavagli del governo Meloni, a ridosso dell'approvazione di ulteriori leggi repressive e della nuova montatura giudiziaria per 270-bis contro la nostra organizzazione» e per ribadire «l'urgenza di convergere e creare i rapporti di forza nelle piazze, nei posti di lavoro, nelle scuole per cacciare il governo Meloni». Ma mentre loro continuano a organizzare cortei e azioni di disobbedienza, gli inquirenti delineano i confini sempre più preoccupanti in cui si muove questa rete antagonista e, nell'inchiesta a carico dei Carc, la Procura fa delle affermazioni che non lasciano spazio ad alcuna interpretazione: «Le conversazioni documentano un modello strutturato di indottrinamento giovanile caratterizzato da una selezione mirata dei soggetti più coinvolgibili, l'inserimento graduale in attività operative, l'affiancamento militanti esperti, la formazione ideologica attraverso l'azione, l'utilizzo dei giovani come moltiplicatori del consenso».
Non si tratta, quindi, di una partecipazione
spontanea e occasionale ma di un vero e proprio «processo organizzato e progressivo di formazione politico-militante delle nuove leve, funzionale alla continuità e a rafforzamento del partito». Dalle conversazioni intercettate, si riscontra infatti che Babini Paolo, in qualità di esponente storico e vertice dei Carc, affida la direzione del neonato gruppo di «impetuosi giovani» a Vladimir Guerra, incaricandolo della redazione di schede dei partecipanti alla brigata che lui stesso provvederà a raccogliere. Ma la raccolta di queste schede non è un episodio isolato, ma una condotta organizzata a strutturare gerarchicamente la nuova organizzazione. Si fa riferimento a figure che reclutano combattenti, come si evince in una conversazione in cui viene detto che «se volete fare dei combattenti, dovete essere precisi».
La piazza di oggi, da Roma a Milano, si conferma un tema centrale per la sicurezza dell'ordine pubblico, visto anche l'ampio sostegno della rete anarchica: dopo le affermazioni della Procura di Napoli, che ha acceso il faro sui presunti movimenti dei Carc, il rischio che questi raduni sfocino in esplosioni di violenza è sempre più concreto.