Lo scandalo dell'Ilva: i giudici licenziano 1402 lavoratori

I pm sequestrano quasi un miliardo di beni e 7 impianti si fermano. Federacciai: "Accanimento giudiziario"

Lo scandalo dell'Ilva: i giudici licenziano 1402 lavoratori

Taranto L'annuncio è arrivato nel primo pomeriggio di ieri. E il filo di speranza che lega la sorte dei lavoratori s'è fatto all'improvviso ancora più sottile, lasciando inevitabilmente il posto ai dubbi e alle ombre che aleggiano minacciosamente sull'intero sistema acciaio in Italia e sul destino di migliaia di famiglie: dopo il sequestro da 916 milioni di euro eseguito dalla Guardia di finanza due giorni fa su disposizione del gip del Tribunale di Taranto, Patrizia Todisco, il gruppo Riva ha infatti comunicato 1402 esuberi a partire da oggi in tredici società. Un autentico terremoto innescato dall'ultimo atto dell'infinito scontro giudiziario che si consuma ormai da oltre un anno, una scossa che valica i confini pugliesi e si allunga verso il Nord. La decisione del vertice aziendale colpisce infatti il personale che si occupa di logistica e trasformazione dell'acciaio, strutture al di fuori del perimetro gestionale dell'Ilva; cesseranno le attività produttive di sette stabilimenti: quello di Verona, Caronno Pertusella (Varese), Lesegno (Cuneo), Malegno, Sellero, Cerveno (Brescia) e Annone Brianza (Lecco). Il provvedimento non riguarda invece Taranto, fatta eccezione per il blocco dello stipendio di agosto per 114 lavoratori di Taranto Energia. E così il dramma dell'Ilva, quello che un tempo era un colosso europeo dell'acciaio e che da tempo è ormai divenuto un traballante gigante di carta, subisce una improvvisa accelerazione. Che catapulta mezza Italia in un nuovo autunno caldo e rischia di fare piazza pulita delle residue speranze di quanti ipotizzavano una possibile ritorno al futuro anche grazie alle nuove disposizioni legislative.

«La decisione - sostiene l'azienda - si è resa purtroppo necessaria poiché il provvedimento di sequestro preventivo penale del Gip di Taranto, datato 22 maggio e 17 luglio 2013 e comunicato il 9 settembre, in base al quale vengono sottratti a Riva Acciaio i cespiti aziendali, tra cui gli stabilimenti produttivi, e vengono sequestrati i saldi attivi di conto corrente e si attua di conseguenza il blocco delle attività bancarie, impedendo il normale ciclo di pagamenti aziendali, fa sì che non esistano più le condizioni economiche per la prosecuzione della normale attività». Riva Acciaio sottolinea che il caso giudiziario non è chiuso e annuncia che impugnerà «naturalmente nelle sedi competenti il provvedimento di sequestro, già attuato nei confronti della controllante Riva Forni Elettrici e inopinatamente esteso al patrimonio dell'azienda in lesione della sua autonomia giuridica». Ma l'azienda aggiunge che «nel frattempo deve procedere alla sospensione delle attività e alla messa in sicurezza degli impianti cui seguirà, nei tempi e nei modi previsti dalla legge, la sospensione delle prestazioni lavorative del personale (circa 1400 unità), a esclusione degli addetti alla messa in sicurezza, conservazione e guardiani degli stabilimenti e dei beni aziendali». Insomma, secondo l'Ilva si tratta di una scelta dolorosa ma comunque obbligata.

Il 22 maggio scorso il gip Todisco dispose il sequestro per 8,1 miliardi su richiesta della procura di Taranto nell'ambito dell'inchiesta per disastro ambientale. In quella circostanza scattarono i sigilli su beni per un miliardo. Poi il magistrato, rispondendo a due quesiti posti dal custode e amministratore giudiziario, ha precisato il sequestro può essere esteso a cespiti aziendali in società «controllate, collegate o comunque sottoposte all'influenza dominante di Riva Fire spa e Riva Forni Elettrici Spa». E così, due giorni fa è scattata la nuova operazione della Guardia di finanza. Che Antonio Gozzi, presidente di Federacciai, ha definito un puro e semplice «accanimento giudiziario».

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