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"L’odio non finisce. E mi dà la nausea la sinistra che ora demonizza Israele"

La scrittrice sopravvissuta alla Shoah Edith Bruck: "Sento 'voi ebrei' da quando sono nata"

"L’odio non finisce. E mi dà la nausea la sinistra che ora demonizza Israele"

Il timore dei fanatismi e la speranza di un futuro diverso ancora da costruire. La constatazione «realista» di un odio antisemita «che non finirà mai», l'indignazione fino alla «nausea» per chi paragona Israele ai nazisti. Eppure, uno strenuo appello alla pace e alla convivenza.

Ha uno sguardo dolce sull'uomo Edith Bruck, 94 anni, scrittrice e testimone della Shoah. Nonostante tutto, uno sguardo clemente sull'impasto di bene e male del genere umano. È appena uscito il suo ultimo libro, Quanta stella c'è nel cielo, un ritorno alla vita narrato da chi ha visto la morte da vicino».

Signora Bruck, il titolo è il verso del poeta ungherese Sándor Petofi.

«Quanta stella c'è nel cielo? Quanto capello sulla testa dell'uomo? E quanto male nel cuore? Quel male è più astuzia, un'astuzia del male».

Ma lei crede nell'uomo.

«Credo nell'uomo sì, nell'uomo c'è il male e il bene. Bisogna alimentare il bene e controllare il male, le cattiverie, e alimentare quel poco o tanto bene che c'è dentro ogni essere umano, uomini e donne che altrimenti creano il male e non stanno mai in pace».

E in Dio non crede.

«Non è così semplice. Non ho mai detto che non credo, così. La fede è qualcosa di molto intimo. Credo nella necessità di rispettare ogni persona, di non essere razzisti, di accettare chiunque per quello che è, se non fa del male. Ho subito tanto male che rispetto ogni vita, anche una formica. E questa è una fede totalmente interiore e non ha bisogno di rituali».

La sua identità ebraica è cambiata nel tempo?

«No, è rimasta uguale. Anche l'antisemitismo, purtroppo, è uguale, eterno. Da quando sono venuta al mondo».

Su questo è pessimista.

«Realista, non pessimista. In generale sono ottimista, per me la luce esiste anche nel buio più totale, ma su questo no: non finirà mai. L'antisemitismo è nato al tempo di Gesù, che è nato e morto ebreo. E disturbava il potere perché predicava il bene, è stato forse il primo uomo giusto che predicava il bene. E il primo rivoluzionario».

Come spiegherebbe l'antisemitismo ai ragazzi?

«Come lo faccio da sempre. Da quando sono uscita, fino a ieri, e domani. Parlo con ragazzi da oltre 60 anni e finché ho voce lo farò».

È difficile spiegare a loro.

«Hanno bisogno di sapere, non parlano in casa. Ascoltano e spesso piangono. Ma è talmente mostruoso che a volte hanno come una reazione nervosa, ridono. In realtà non si potrà mai raccontare la Shoah fino in fondo».

È inconcepibile. Lei racconta la sua storia?

«Racconto la deportazione, la mia infanzia. Oggi nel mio Paese di origine si insegna che sono stati i tedeschi a deportare e non è vero: sono stati i fascisti e i gendarmi ungheresi».

La Giornata della memoria ha senso?

«Ha il suo lato positivo ma accumulare tutto in un giorno può essere controproducente: Questi ebrei parlano sempre di sé... dicono. Bisogna insegnare nelle scuole, nelle famiglie, serve educazione, prima di tutto. Non solo sui campi, Educare al rispetto dell'essere umano. Non tutto in un giorno. Nei programmi scolastici ci sono forse dieci righe su guerra e deportazione. Liliana Segre dice che tutto è destinato all'oblio. Io credo che qualcosa resti di ciò che abbiamo detto e scritto».

Teme il fanatismo?

«Molto. Tutti i fanatismi. Il fanatico pensa di avere tutta la ragione invece no, ognuno ha la sua verità».

Qualcuno dice: «Hamas è come partigiani. E il 7 ottobre è stata resistenza».

«Non se ne parla. Il 7 ottobre è un massacro, donne, bambini, odio cieco».

Quest'odio non passa.

«Non solo in Israele ma anche fuori. E noi possiamo disapprovare gli sbagli del governo Netanyahu, non c'entriamo, ma veniamo sempre giudicati come se fossimo una cosa sola: Voi ebrei. Non c'è l'ebreo singolo. Così da quando sono venuta al mondo».

In un passaggio del libro si parla di Israele come «sogno millenario». Qualcuno paragona il sionismo al nazismo.

«Non c'entra niente. Se noi avessimo vissuto in pace nei Paesi in cui siamo nati, se non ci avessero cacciati, offesi, malmenati, ciascuno sarebbe rimasto nel Paese in cui era. Primo Levi mi disse che si sentiva ferito come italiano, perché si considerava italiano e poi ebreo. Io non ero così legata all'Ungheria. Lui era molto legato all'Italia».

A sinistra molti dicono «Israele come il nazismo». La addolora?

«Mi indigna, deve vergognarsene chi lo dice. È nauseante, fuori da ogni logica. Quelli che lo dicono sono nazisti. Israele è un Paese che ha problemi fin dall'inizio. Molte volte sbaglia e danneggia anche noi, visto che siamo giudicati come insieme. Io sono libera di dire quello che penso. Si possono criticare tutti i Paesi. Italia, Germania. Ma è un'altra cosa».

La democrazia ha problemi ovunque.

«Molti problemi.

Pregiudizi, oppressione, dittatori striscianti. Non parliamo dell'Ungheria. Ma io dico viva la pace, la convivenza, l'amicizia tra i popoli. Dico: pace, pace. Possiamo fare tutti qualcosa. Facciamo qualcosa, possiamo migliorare questo mondo».

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