Per una vita Vittorio Sgarbi è stato l’esatto contrario del silenzio. Televisione, piazze, mostre, conferenze, politica: una presenza quasi ininterrotta, spesso debordante, capace di trasformare una lezione d’arte in spettacolo e uno scontro televisivo in un evento. Poi improvvisamente qualcosa si è fermato. Prima le apparizioni sempre più rare, poi la scomparsa dalla tv, quindi la malattia e il ricovero. Un anno complicato, forse il più difficile della sua vita, che oggi torna inevitabilmente alla mente mentre il critico d’arte è ricoverato in terapia intensiva al Policlinico Gemelli di Roma: secondo le prime informazioni a disposizione, le sue condizioni sarebbero critiche.
Il primo campanello d’allarme è arrivato molto tempo fa. Fino ad allora abituato a una vita consumata senza soste, nel 2025 Sgarbi cominciò ad allontanarsi dalla scena pubblica. Per oltre un anno la televisione, che per decenni era stata quasi una seconda casa, aveva fatto a meno di lui. Dietro quel silenzio c’era una battaglia molto più privata. All’inizio del 2025 il ricovero al Gemelli per una grave sindrome depressiva. Fu lo stesso critico, nei mesi successivi, a raccontare senza nascondersi la profondità della crisi: “Ho perso parecchi chili. Faccio fatica in tutto. Riesco a tratti ancora a lavorare. Ho sempre dormito poco. Ora passo molto tempo a letto”.
Sgarbi non cercò di edulcorare quello che gli era accaduto. Raccontò di avere rischiato di morire e di aver attraversato una fase nella quale perfino i desideri sembravano essersi spenti. Nella sua ricostruzione legò quella caduta anche alla fine traumatica dell’esperienza politica nel governo, con le dimissioni da sottosegretario alla Cultura, vissute come “un’ingiustizia” che gli era “pesata moltissimo”. Accanto a lui, in quei mesi, Sabrina Colle, la compagna di una vita, indicata più volte dallo stesso Sgarbi come una presenza decisiva nella lenta risalita.
A maggio 2025 i primi segnali di miglioramento. “Mi sento meglio, ho cercato di prendermi cura di me e del mio corpo, ho cercato di rallentare”, raccontò dopo il ricovero. Poi, nel corso dell’autunno, il ritorno davanti alle telecamere. L’11 novembre 2025 Sgarbi si presentò nello studio di Bruno Vespa a “Cinque Minuti”, tornando in televisione dopo più di un anno di assenza. Parlò del nuovo libro, “Il cielo più vicino. La montagna nell’arte”, e disse di stare bene, descrivendo la malattia come un lungo percorso interiore.
Ma proprio mentre provava a riconquistare una normalità pubblica, un’altra vicenda, questa volta familiare, finì sulle prime pagine. La figlia Evelina chiese al Tribunale civile di Roma la nomina di un amministratore di sostegno per il padre, sostenendo di essere preoccupata per la sua capacità di occuparsi autonomamente dei propri interessi. Sgarbi reagì duramente, respingendo quella ricostruzione. Il 28 ottobre padre e figlia si ritrovarono davanti al giudice. A dicembre il tribunale decise di non nominare un amministratore di sostegno, disponendo però una perizia per valutare la capacità del critico di affrontare decisioni personali e patrimoniali di particolare rilievo.
Fu uno scontro doloroso anche nelle parole. A Vespa, Sgarbi definì la richiesta della figlia “fuori misura e fuori logica”, interpretandola come il tentativo di recuperare un rapporto padre-figlia che negli anni era stato difficile. Evelina, da parte sua, continuò a sostenere di essersi mossa per preoccupazione e nell’interesse del padre. Due versioni opposte di una vicenda familiare diventata inevitabilmente pubblica, proprio mentre Sgarbi cercava di ricostruire energie e abitudini dopo la depressione.
Il 2026 ha però restituito progressivamente spazio soprattutto alla sua dimensione più naturale: l’arte. A inizio maggio è tornato nella sua Ferrara per le celebrazioni dei 150 anni del Corriere della Sera. Intervistato da Aldo Cazzullo, ha preso le mosse da “L’urlo” di Edvard Munch per parlare anche di sé, della solitudine e della necessità per l’uomo di fare i conti con la propria condizione. Un segnale importante di quel lento ritorno alla vita pubblica.
Tra la fine di giugno e l’inizio di luglio è poi arrivata La Milanesiana, organizzata dalla sorella Elisabetta Sgarbi. Il critico è comparso a Bergamo per parlare della mostra di Wainer Vaccari. Anche quella presenza ha assunto inevitabilmente un significato ulteriore. “La presenza di mio fratello alla Milanesiana, che prima era una costante, oggi diventa un fatto eccezionale”, l’osservazione Elisabetta.
Pochi giorni dopo, parlando della sua esperienza, Sgarbi ha utilizzato un’immagine ancora più netta: una “lunghissima notte”. A fine agosto il nuovo impegno al Mart di Rovereto, museo di cui è presidente, per discutere la programmazione e indicare la rotta dell’istituzione. L’arte, ancora una volta, il terreno sul quale provare a ricominciare.
Risale a pochi giorni fa invece l’emozionante ritorno a Palazzo dei Diamanti di Ferrara per la mostra “Da Monet a Van Gogh a Kandinsky. Nuovi sguardi sulla natura e la modernità”. “Un lunghissimo applauso lo ha accolto, un applauso pieno di affetto e di gratitudine”, le parole della sorella Elisabetta ai nostri microfoni: “Ma la cosa che più mi ha fatto piacere è vederlo sorridere alle persone che si avvicinavano a lui per salutarlo e stringergli la mano”
Poi il nuovo ricovero. Al momento le informazioni restano limitate e la prudenza è necessaria. Quello che resta, ripercorrendo gli ultimi dodici mesi, è l’immagine molto diversa da quella alla quale il pubblico era stato abituato per decenni: non soltanto il critico irruente, il politico, l’uomo del sapere, delle polemiche e delle travolgenti apparizioni televisive, ma una persona che aveva scelto di raccontare apertamente la propria fragilità, la depressione, la paura di non riuscire più a vivere come prima e infine il tentativo di tornare, poco alla volta, a ciò che aveva sempre occupato il centro della sua esistenza: l’arte.
