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L'equivoco sulla "194" e il diritto di procreare

C'è un equivoco grave nell'interpretare la legge sull'aborto

L'equivoco sulla "194" e il diritto di procreare

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C'è un equivoco grave nell'interpretare la legge sull'aborto: chi non ha mai letto la legge 194 del 1978, proclama che l'aborto è un diritto; chi, invece, la conosce sa che l'aborto è una scelta tutelata dallo Stato. E non un diritto. Termine che nella «legge 194» appare solo nella frase «Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio».

Prima della legge, e prima delle battaglie per averla, abortire era un reato. Si abortiva e si moriva, perché lo si faceva di nascosto e malamente, nella vergogna, nel rischio e nel dolore. Ora, dal 1978, tutte le donne hanno la libertà di scegliere di farlo; il che non significa avere il «diritto di abortire». Abortire, per qualsiasi donna, è una scelta durissima e devastante. Abortire vuol dire impedire a una vita di nascere; in ogni caso, ti impone di cancellare l'amore che potresti dare e potresti avere, vuol dire rinunciare alla nascita di un artista, di uno scienziato, di un campione in qualsiasi cosa. Significa, soprattutto, rifiutare di essere madre per quella volta o, forse, per sempre. La maternità è la scelta più coinvolgente, responsabile ed emozionante che possa esistere. Oggi, quando il sesso permette di incontrare il corpo di un uomo che piace prima dei suoi pensieri e della sua storia, le donne urlano a gran voce che l'aborto è un diritto e che devono poter fare del loro corpo e della loro vita qualsiasi cosa desiderino.

Non condivido queste idee e neppure questo modo, oserei dire violento, di essere donna, perché non del solo loro corpo si parla e non della solo loro vita. Certo che si può fare quello che si vuole del proprio corpo, persino venderlo; ma non affrontare irresponsabilmente il sesso al punto di dover incontrare una gravidanza non voluta. Ormai, con la miriade di sistemi anticoncezionali che esiste, a meno che non lo si sia progettato, si resta incinte quasi solo per superficialità o per stupro. Inquietante, peraltro, è la disinvoltura con la quale ragazze, anche solo di quattordici anni, non riflettono su quello che hanno fatto e quello che stanno facendo, mentre, con un sorso d'acqua, ingoiano la pillola del giorno dopo, il killer che evita loro imbarazzo e sgridate.

Per quanto donna, non riesco a solidarizzare con quella parlamentare cinquestelle, la quale, con impeto, ha invocato il «diritto» e la libertà delle donne di abortire; quando e come vogliono, senza scrupoli, ma con determinazione. Per onorare la loro vita e la loro libertà. Neppure mi sono simpatici coloro che sono contrari all'inserimento nei consultori anche delle organizzazioni pro-vita. Ma non siamo in una democrazia? E non è giusto che chi intende abortire, prima di farlo, ascolti i pareri a favore e i pareri contro? Oltretutto, la legge prevede espressamente che, per chi programma di abortire perché, per esempio, non avrebbe i mezzi per allevare un figlio, siano a disposizione tutti coloro che «possono aiutare la maternità difficile anche dopo la nascita».

D'altra parte, se abortire non è un diritto (e non lo è, perché l'unico diritto riconosciuto dalla legge 194, è quello alla «procreazione cosciente e responsabile»), abortire diventerebbe, per paradosso, un delitto, giacché si sopprime una vita, che esiste senza dubbio dal momento del concepimento. E allora, non è corretto che, a fronte di chi favorisce l'annullamento di quella vita, ci sia anche chi tenta di evitarlo? Per esempio, suggerendo e fornendo quanto necessario per sostenere il bambino che verrà? Come, peraltro, è nello spirito della legge 194? E se poi fosse un diritto, quello di abortire, questo presunto diritto non dovrebbe appartenere anche al padre del concepito? Naturalmente se lo si è voluto e, di conseguenza, se una parte di lui è volontariamente presente nel corpo della donna?

Dal 2006, inoltre, esiste il diritto/dovere della bigenitorialità; quindi, la responsabilità di padre e madre di allevare e mantenere il figlio; e, quindi, perché il diritto e la responsabilità di non far crescere il concepito dovrebbero appartenere alla sola madre? Del resto, la legge sulla procreazione medicalmente assistita prevede che sia l'uomo sia la donna esprimano la loro volontà di accedere alle tecniche e che la volontà possa essere revocata da ciascuno o da

entrambi solo fino al momento della fecondazione dell'ovulo, quando cioè inizia la vita. E se pensassimo, d'ora in avanti, all'aborto non come a un diritto ma come a una difficilissima scelta a due, responsabilmente condivisa?

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