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Una manifestazione contro il pensiero dominante

La scena è sempre la stessa: la Carta viene agitata come una bandiera quando serve e messa da parte quando intralcia. Qui siamo al capolavoro dell'ipocrisia: si pretende di difenderla limitando la libertà di manifestare

Una manifestazione contro il pensiero dominante
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A Milano, sotto il Duomo, Matteo Salvini ha chiamato a raccolta la sua gente. E già questo, in un Paese normale, basterebbe. Invece no: prima ancora di vedere quanta gente sarebbe scesa in piazza, è partita la solita litania sul fatto che quella manifestazione fosse inopportuna, divisiva, addirittura quasi incostituzionale.

Il sindaco Sala, che di Milano dovrebbe occuparsi, si è detto amareggiato di dover assistere a una manifestazione del genere ma di non avere gli strumenti per vietarla. Capite? Amareggiato perché dei cittadini esercitano un diritto costituzionale. E dispiaciuto di non poterlo impedire. Se non fosse vero, sembrerebbe una barzelletta. Invece è la fotografia di un pezzo di classe dirigente che difende la Costituzione a parole e la vorrebbe aggirare nei fatti. E così la sinistra, con accuse di questo tipo, finisce per legittimare le contromanifestazioni dei centri sociali: si distribuiscono martelli ideologici che poi qualcuno trasforma volentieri in strumenti più concreti per fare danni a Milano, ai milanesi e alle forze dell'ordine.

La scena è sempre la stessa: la Carta viene agitata come una bandiera quando serve e messa da parte quando intralcia. Qui siamo al capolavoro dell'ipocrisia: si pretende di difenderla limitando la libertà di manifestare. E perché? Perché si parla di rimpatrio dei clandestini. Dunque, razzismo. Questa è la prima grande bugia. Dire che chi entra illegalmente deve tornare a casa propria non è razzismo, è l'abc. O, se preferite una parola nuova ma chiarissima, è «reimmigrazione»: magari sarà un neologismo barbarico, ma almeno dice le cose come stanno. Non esiste il diritto all'invasione. Se ci provi, ti rispedisco a casa. Fine della discussione.

Secondo punto. Nello stesso giorno, quasi in controcanto, Forza Italia con Stefania Craxi, neo capogruppo al Senato organizza un sit-in sull'integrazione degli stranieri regolari. E qui si vede il tentativo, anche legittimo, dopo la strigliata dei Berlusconi a Cologno Monzese, di ridare un po' di colore a un partito che negli ultimi tempi era diventato azzurro pallido, slavato, quasi bianco sotto la guida di un Tajani sempre più smunto. La Craxi porta una tinta più viva, persino un accenno di rosso garofano. Purché non sia il preludio a rossori da inciucio, perché lì si finirebbe male.

Chiariamoci: le due posizioni non si escludono. Anzi, insieme avrebbero avuto più forza. Si poteva fare una cosa sola, prendere il problema per le corna: fermezza contro l'illegalità, integrazione per chi è dentro le regole. Invece si è scelto di marciare separati. Non è un dramma, ma è un errore tattico.

E intanto la questione vera resta lì, gigantesca, rimossa per comodità. In Italia c'è più di un milione di irregolari. Non numeri da convegno, ma persone fuori da ogni regola, spesso nelle mani della criminalità che sul traffico di esseri umani costruisce un impero. È un problema di sicurezza, di convivenza, di ordine pubblico. Altro che tema secondario.

Il peggio, peraltro, deve ancora arrivare. Se il Medio Oriente esplode e non manca molto ci troveremo davanti a flussi ben più consistenti. Milioni di persone in movimento. E un'Europa che, oltre a essere debole, è anche confusa: non sa più chi è, che cosa difendere, dove vuole andare. Un

conto è porre limiti alla strafottenza di Donald Trump, altro è pensare di emanciparsi dall'America senza sapere con chi stare. Con l'asse cino-russo-indiano? Siamo seri. L'Europa, lasciata sola, rischia di diventare un puzzle di frammenti, esposta a pressioni esterne e interne. Oggi l'Ue è uno zombie senz'anima e senza palle: valori annacquati, identità sfilacciata, tutto mescolato in un brodo tiepido dove non si distingue più niente. In questo vuoto, ogni problema diventa ingestibile.

Dentro questo quadro si capisce perché Salvini insista. Intercetta un malessere reale, che non nasce nei talk show ma nei quartieri, nei bar, negli uffici. Se il centrodestra non presidia questo terreno, lo farà qualcun altro. E infatti c'è già chi lo fa: Vannacci, che invece di fare da stimolo rischia di trasformarsi in una quinta colonna della sinistra, perché sottrae voti e li disperde, regalando vantaggi proprio a chi dice di combattere.

Se proprio devo dirla tutta, se fossi impazzito, tra le due piazze avrei scelto quella salviniana. Non perché sia l'unica risposta, ma perché è un po' più controcorrente rispetto al clima dominante, che dopo la vittoria del No al referendum odora di rassegnazione al pensiero unico progressista.

Poi si può

discutere di toni, di strategie, di alleanze. Ma non della realtà. E la realtà è che l'immigrazione, così com'è oggi, non è più un fenomeno da raccontare: è un problema da affrontare. Subito. Prima che sia lei a ingoiare noi.

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