Il “teorema Gratteri” a meno di tre settimane dal voto continua a imperversare. Una delle strategie che sembra andare per la maggiore per cercare di recuperare consensi e voti per il “no” è la delegittimazione degli elettori che invece voteranno per il “sì". Tra chi porta avanti questa narrazione c’è anche il magistrato Nino Di Matteo, che durante la presentazione dell’ultimo libro di Marco Travaglio ha affermato che “voteranno sì i massoni, i grandi architetti del sistema corruttivo e i mafiosi”, perché “gli autori della riforma, in questo momento la campagna referendaria per il sì, partono dal quotidiano esercizio di denigrazione della magistratura”. Parole che non sono piaciute a tanti ma che hanno trovato un’opposizione concreta in Gaia Tortora, giornalista e figlia di Enzo Tortora, la cui vicenda giudiziaria è ben nota.
“Di Matteo mi ricorda quel Pm che disse che mio padre era stato eletto con i voti della camorra. Stiamo ancora così. Ed è grave. È la loro cultura del diritto e del rispetto”, le parole della giornalista ricordando il processo del padre, eletto al Parlamento Europeo con il Partito Radicale. Inutile sottolineare che l’impianto accusatorio nei confronti di Enzo Tortora era completamente infondato, tanto che poi venne completamente scagionato ma, nel frattempo, la sua vita venne rovinata per sempre. Gaia Tortora, proprio nel nome di suo padre, oggi è una delle voci più alte per il “sì” al referendum: “Non perdono chi ha perseguitato mio padre”.
L’esternazione di Di Matteo, che fa seguito a quelle di Gratteri ma non solo, ha suscitato sdegno anche tra i politici.
“Un uomo delle istituzioni, che dovrebbe avere come missione la tutela e l'applicazione della legge, dovrebbe contribuire a elevare il confronto pubblico, non ad avvelenarlo con insinuazioni che delegittimano milioni di cittadini e inquinano il dibattito politico e istituzionale attorno alla riforma della giustizia”, ha dichiarato Matilde Siracusano, deputata di Forza Italia e sottosegretaria ai Rapporti con il Parlamento.