"Noi terremotati di serie B". Rivolta in Emilia Romagna

Il presidente della Regione Errani aveva detto che non ci sarebbero state "berlusconate". Infatti: in molti vivono ancora nelle baracche. E la gente invidia i cittadini dell'Aquila...

"Noi terremotati di serie B". Rivolta in Emilia Romagna

Una scossa di avvertimento. Prima la tromba d'aria. Poi sabato la scossa di 3.8 che ha fatto risvegliare la paura nel cratere sismico. «È un avvertimento del cielo perché di cantieri non ce ne sono», dicono a migliaia, alloggiati negli accampamenti di lamiera e polistirolo.
Sono stati costruiti in fretta nonostante le rassicurazioni di Errani. «Non sorgeranno baraccopoli e casette», aveva tuonato il super commissario per la ricostruzione per rimarcare che nella rossa Emilia le «berlusconate» non atteschiscono. Invece ad un anno dalla prima scossa quasi tutti i Comuni hanno costruito moduli abitativi più provvisori e disagevoli di quelli in Abruzzo. Quando l'ideologia lascia il posto alla concretezza bisogna fare i conti con la realtà. E la realtà parla di una terra ancora in ginocchio, che cerca di ricostruire almeno la speranza. Tra mille difficoltà burocratiche.
Qui i sindaci sono i veri eroi dell'emergenza, ma ad un anno dalla terribile botta, la ricostruzione è ferma al palo. A Cavezzo, uno dei comuni simbolo, il campo è costato, assieme a quello di San Felice, la bellezza di 7 milioni di euro, ma i primi ingressi sono stati fatti da febbraio: metà dell'inverno è stata trascorsa per molti, anche anziani, in roulotte. «Un gelo tremendo», spiega Dora Cappi. Di anziani come lei a Cavezzo ce ne sono tanti. Molti hanno perso tutto e sanno che quella potrebbe essere la loro ultima dimora.
«Ci porteranno via solo quando dovremo andare al cimitero», racconta. «Ma queste baracche si potevano evitare», aggiunge Emilio Serravalli «perché potevano utilizzare quei soldi per sistemare alcune case».
Intanto la vita in queste new town dignitose, ma sempre precarie, sta riprendendo, anche se la fiducia se ne va ogni giorno che passa.
«Chiedo solo un po' d'ombra», dice Nella Cozza, mostrando il cucinotto con una dignità esemplare. Una bimba che gioca con un cagnolino sullo sterrato, qualche geranio addossato alle pareti, uno stendino che si affaccia sul prato: sono i segni che la vita dentro i container scorre. C'è Fabrizio Prandini che dovrà già sloggiare. «Mia moglie è allergica al silicone, che hanno utilizzato per assemblare i moduli. Dovremo andare via e arrangiarci perché pare che a maggio Errani abbia bloccato lo stanziamento del Contributo Regionale Autonoma Sistemazione».
«Sarei sorpreso se non fosse rinnovato il Cras», ci spiega invece il sindaco di Cavezzo Stefano Draghetti. Lui la sua parte la sta facendo dal giorno in cui la cittadina era isolata e raggiungibile solo dai cinguettii di Twitter. Oggi Cavezzo è come tutti gli altri Comuni. Un mare di burocrazia da sbrigare. «I moduli sono un compromesso», dice. «Se tra due anni dovessero ancora esserci significa che la ricostruzione non è decollata». Il primo cittadino spiega che «la Regione ha gestito bene la fase emergenziale e la riapertura delle scuole». Ma è sul privato residenziale che ci sono gli scogli maggiori. «Siamo indietro con le pratiche. E anche sul versante pubblico ancora non si è visto un euro».
«Ma non ci sono soldi» e la crisi ha acuito il dramma. «Le aziende gas, acqua e rifiuti non hanno erogato e abbiamo avuto un crollo di fatturato spaventoso, che si tramuta in mancato gettito, che non ci viene riconosciuto dallo Stato». Già, il governo. Inevitabile il paragone con l'Aquila. «Loro hanno avuto livelli di contribuzione elevati, congelamento delle imposte. E poi un innesto di personale amministrativo. Io ho destinato le insegnanti del nido a istruire le pratiche per la ricostruzione».
Anche la Regione però ha il suo carico di responsabilità. «Il quadro normativo è complesso. Un tecnico deve conoscere le 150 ordinanze regionali sulla ricostruzione». C'è però chi ha intuito che mettersi totalmente nelle braccia del pubblico avrebbe comportato disagi e ritardi. È il caso di Fabrizio Toselli, sindaco Pdl di Sant'Agostino (FE). «Siamo riusciti a ricostruire due scuole grazie alle donazioni. Abbiamo gravato il meno possibile sullo Stato sistemando gli oltre 900 sfollati». Anche Toselli è consapevole che in Emilia «siamo figli di un Dio minore. A l'Aquila hanno avuto una fiscalità di vantaggio e possibilità di mettere in circolo dei soldi per far partire l'indotto almeno con micro contributi per lavori più piccoli. Qui, invece, con l'ordinanza regionale, se un'impresa non ha liquidi da anticipare non può partire con i lavori. Ma oggi chi li ha i soldi?».
Una mamma torna da scuola coi bimbi e parcheggia l'auto a un metro dalla porta d'ingresso. «Ha visto che nuvoloni? E se torna la tromba d'aria? Prima la terra, adesso il cielo: e noi qua, abbandonati e intrappolati come sardine».

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