Pd in ansia da prestazione: Prodi cambia idea e vota ma si teme il flop alle primarie

A 48 ore dalle primarie, i dem sono in tilt. Torna in pista pure il Prof che chiama tutti a votare. Intanto Renzi e Civati litigano sulla foto di Mandela

Pd in ansia da prestazione: Prodi cambia idea e vota ma si teme il flop alle primarie

A quarantott'ore dalle primarie del Pd, Matteo Renzi guadagna tre punti nelle intenzioni di voto e sale al 59%. Secondo il sondaggio realizzato dall’Istituto demoscopico Ixè per Agorà, perde invece due punti Gianni Cuperlo, che fi assesta al 21%, mentre ne guadagna uno Giuseppe Civati, che sale al 14%. Dando per scontato la vittoria del sindaco di Firenze, i vertici piddì iniziano a preoccuparsi (e a litigare) sull'affluenza alle urne. Per i sondaggisti, domenica prossima, potrebbero accorrere 2 milioni di votanti, "o forse anche di più". Anche Romano Prodi ha cambiato idea, all'ultimo, e ha fatto sapere che andrà a votare: "In questa così drammatica situazione mi farebbe effetto non mettermi in coda con tanti altri cittadini desiderosi di cambiamento". Ma il flop del confronto tv su Sky ha gettato un'ombra sull'appeal delle primarie.

C'è chi, come il sindaco di Roma Ignazio Marino, dirà per chi ha votato solo a cosa fatta. Poi c'è chi, come il sindaco di Milano Giuliano Pisapia, che schifa le urne ma che si sente in obbligo di dispensare consigli. Infine, c'è anche chi, come Prodi, che da un giorno all'altro cambia idea e, di ritorno dall’estero, correrà a votare. Prende spunto dai "rischi aperti dalla recente sentenza" della Consulta che lo "obbligano a ripensare a decisioni prese in precedenza". E cioè a partecipare alle primarie. Il Professore torna così alla vita attiva da militante piddì e con una dichiarazione rileva che quel voto dal quale, prima, aveva più volte sottolineato di volersi chiamare fuori, assume "oggi un valore nuovo". E allora, ecco il ripensamento dell'ex premier, con alcune parole chiave. Una è nel passaggio in cui sottolinea che "nella situazione che si è venuta a determinare è infatti necessario difendere a ogni costo il bipolarismo". Un’altra è quella considerazione che accenna a numeri e intenti di quanti si metteranno "in coda" come lui, con "tanti altri cittadini desiderosi di cambiamento". Una presa di posizione che rassicura soprattutto il segretario uscente Guglielmo Epifani che sembra tremare all'idea di un flop mediatico in vista della partita (ben più importante) che si giocherà a maggio, a Bruxelles. "Se andrà tanta gente a votare alla primarie, sarà per la democrazia italiana un fatto positivo", fa eco anche Walter Veltroni secondo il quale, in un momento di instabilità politica, "tutto quello che aiuta a rigenerare la politica va nella direzione giusta".

La chiamata alle armi dei vertici democrat è infarcita della solita retorica. Ovunque abbondano i toni trionfalistici e gli appelli a far vincere la democrazia. Lo stesso Cuperlo invita la base a non mancare all'appuntamento e, con l'occasione, prende di mira (senza mai nominarli) i leader degli altri movimenti politici: "In tempi dove ci sono platee che applaudono al capo carismatico che li arringa che e quando dissentono li espelle, noi siamo l’unico partito che fa esprimere il proprio parere ai propri elettori". Nel frattempo Renzi e Civati passano la giornata a punzecchiarsi sui social per accaparrarsi le simpatie degli indecisi. "Non ho una foto con Mandela e comunque non l’avrei pubblicata", scandisce Civati senza chiarisce chi invece l’abbia fatto. Ma è facile scoprire che si parla del suo competitor fiorentino. Travolto da una valanga di accuse di opportunismo e sciacallaggio, si è visto costretto a togliere l'immagine dal profilo Facebook in seguito a una fulminea polemica. Una schermaglia che la dice lunga sulla tensione che aleggia in via del Nazareno.

"Vogliamo chiedere agli italiani - ha spiegato Renzi - se accettano il rischio del cambiamento fino in fondo, perchè il Pd è il più grande partito italiano e con le primarie creeremo le condizioni perchè il governo faccia cose concrete". In realtà, la cronistoria dell'antivigilia delle primarie dipinge un Pd in ansia da prestazione, diviso tra l'appoggio al governo Letta e la corsa alle elezioni anticipate.

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