Leggi il settimanale

Pontida si stringe attorno a Bossi: fazzoletti verdi, applausi e cornamusa per l’ultimo saluto

Striscioni, bandiere e fazzoletti verdi all’abbazia di San Giacomo per i funerali del fondatore della Lega. Arrivata anche Giorgia Meloni, maxischermo per seguire la cerimonia fuori dalla chiesa

Pontida si stringe attorno a Bossi: fazzoletti verdi, applausi e cornamusa per l’ultimo saluto
00:00 00:00

Dall'inviato a Pontida Vittorio Macioce

A mezzogiorno le campane di San Giacomo suonano su Pontida e sulla piazza del Giuramento il silenzio dura un istante, il tempo che serve a questa gente per capire che adesso è vero, che il Senatùr è dentro quella chiesa e non ne uscirà più come prima, non uscirà più verso il pratone con il pugno alzato e la voce roca, non uscirà più a dire qualcosa di terribile e di geniale che il giorno dopo sarà su tutti i giornali. Poi il silenzio si rompe e dalla folla parte un grido, libertà, e poi un altro, secessione, e per un momento sembra di essere tornati agli anni Novanta, quando queste parole avevano il peso di una minaccia e la forza di una promessa.

Giorgia Meloni arriva in abito scuro e la si vede sul maxischermo mentre percorre il piazzale. La premier della Repubblica che entra nel tempio del secessionismo. Il popolo di Bossi la guarda dallo schermo, dalle transenne, dal marciapiede. Dentro ci sono quattrocento posti e il potere li ha occupati quasi tutti. Fuori ci sono i fazzoletti verdi, i piumini, le bandiere col Sole delle Alpi, la maglietta autografata dall'Umberto che una donna apre sulla giacca davanti alle telecamere come si mostra una reliquia. Qualcuno grida libertà e la risposta è secessione. C'è un suonatore di cornamusa davanti al portone con il berretto da clan scozzese, perché Bossi aveva deciso che la Padania era la Scozia e trent'anni dopo qualcuno ci crede ancora abbastanza da portare le pipes al funerale. C'è Braveheart a Pontida, e c'è il bar.

Il bar è a pochi passi dall'abbazia ed è pieno come il giorno di una finale. Le lampade a cono, le bottiglie sullo scaffale, il bancone assediato. È il teatro naturale del bossismo che si materializza all'ultimo atto, il bar dove l'Umberto si presentava alle due di notte per cenare spaghetti in bianco e Coca Cola. Uno con il giubbotto di pelle da biker e gli occhiali da sole fa il segno di vittoria accanto alla tazzina, e sembra uscito da una serata di Donato, il cantante rock che l'Umberto era stato prima di diventare il Senatùr. Un signore con i capelli bianchi guarda fuori dalla vetrina in silenzio. Si aspetta. Qualcuno segue dallo schermo del telefono, qualcuno dalla voce che arriva dalla chiesa attraverso gli altoparlanti.

Giancarlo Giorgetti fa da padrone di casa, il fedelissimo che la famiglia ha incaricato di organizzare tutto. Accoglie Manuela Marrone, la moglie di origine sicula che Bossi sposò quando era ancora un nessuno, e i figli. La cerimonia è volutamente sobria, niente discorsi politici, niente cerimoniale di stato. L'abate del monastero officia il rito. Il barbaro restituito ai monaci. All'uscita del feretro un coro di alpini intona il Va' pensiero e il suono sale dalla navata fino alla piazza, fino alle transenne dove il popolo della Lega lo raccoglie come un'ultima comunione.

In questa piazza si incontrano due Leghe. La prima è quella dei fazzoletti verdi e delle sciarpe col Sole delle Alpi, le donne che a Pontida venivano da ragazze e adesso sono invecchiate da donne vere con le rughe e il piumino buono, gli uomini dei capannoni e delle partite Iva che sentivano di reggere il paese sulle proprie spalle e che il Senatùr ha trasformato in un popolo, o almeno ha dato loro l'illusione di esserlo. Sono la Lega di Bossi, quella che sognava la secessione e parlava di federalismo con la passione con cui si discutono gli schemi di gioco delle squadre di calcio. Sono venuti a seppellire il capo e c'è nei loro volti qualcosa di rassegnato, la consapevolezza che la cosa per cui hanno combattuto non esiste più e forse non è mai esistita, ma che averci creduto è stato il momento più vero della loro vita politica.

La seconda Lega è quella dentro l'abbazia, nei posti riservati, la Lega di Salvini che ha issato la bandiera del prima gli italiani dove Bossi avrebbe piantato quella della Padania. È la Lega che ha ereditato il partito svuotandolo del fondatore e trasformandolo in qualcosa che il Senatùr non riconosceva più. Salvini che ha preso il trenta per cento con la svolta nazionale, e Bossi che sbottava: senza di me non sarebbe esistito Salvini. Tra le due Leghe, oggi, c'è il feretro. E forse un lieve senso di colpa, il sospetto che nella normalizzazione qualcosa si sia perduto, quel misto di follia e visione che solo un uomo venuto dal nulla poteva portare. Il partito che voleva smontare la sovranità nazionale è lo stesso che oggi difende i confini in nome del popolo italiano. È la Lega che non ha paura di vincere e governare.

L'abbazia di San Giacomo è stata fondata nel 1076, quasi mille anni fa, da monaci benedettini. Qui, secondo una leggenda che nessuna fonte contemporanea conferma ma che Bossi trasformò in mito fondativo, i comuni lombardi giurarono alleanza contro il Barbarossa.

Il fondatore della nuova Lega se ne va dall'abbazia dell'antica, e fuori le campane tornano a suonare su Pontida, sulle colline bergamasche ancora spoglie, sulle persiane verdi e i tetti di coppi, sul paese che per un giorno è tornato ad essere la capitale di un sogno che non ha più sognatori. Resta la piazza, e il nome che porta.

Commenti
Pubblica un commento
Non sono consentiti commenti che contengano termini violenti, discriminatori o che contravvengano alle elementari regole di netiquette. Qui le norme di comportamento per esteso.
Accedi
ilGiornale.it Logo Ricarica