Alla Camera, nel corso della cerimonia per il Giorno del Ricordo, Toni Concina, presidente onorario dell'Associazione Dalmati, ha scelto parole dure e senza mediazioni per denunciare quello che considera il vero nemico della memoria delle foibe: il negazionismo che continua a riemergere nel dibattito pubblico.
“Bisogna combattere con forza tutti i negazionismi rappresentati da associazioni che sostengono e finanziano spregevoli operazioni di odio”, ha detto. Poi il passaggio più netto del suo intervento: “Le vere foibe sono l’oblio”. Un’immagine che ribalta il significato della violenza, indicando nella perdita della memoria collettiva una forma di cancellazione altrettanto grave. Da qui l’appello a non lasciare che “il vento del tempo” disperda il ricordo e a impegnarsi a “combattere ignoranza e intolleranza”, perché la memoria è un esercizio e un dovere quotidiano e non una celebrazione episodica.
Concina ha poi ricondotto il discorso alla dimensione storica della tragedia. “Il delitto più spregevole è stato aver costretto 350mila persone ad abbandonare le loro case dove". "Sono fuggiti in massa per rimanere italiani e per sfggire alla pulizia etnica ordinata da Tito”. Un’accusa che richiama esplicitamente le responsabilità del regime guidato da Tito e il contesto di violenza che portò allo sradicamento di intere comunità.
“Siamo stati cacciati – ha aggiunto – e ci siamo integrati”, ha ricordato Concina, rivendicando il percorso di inserimento degli esuli nelle nuove realtà italiane. A testimonianza di questo percorso ha citato esempi emblematici come Ottavio Missoni e Marco Balich, simboli di un contributo che ha inciso profondamente nella vita culturale e creativa del Paese.
Un intervento che ha trasformato la
cerimonia del Giorno del Ricordo in un atto di accusa contro l’indifferenza e la manipolazione della storia, ribadendo che la memoria delle foibe non è un capitolo chiuso, ma una responsabilità che interpella ancora il presente.