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Così Meloni porta avanti l'agenda Draghi

Il Qatar non consegnerà all’Italia entro la metà di giugno dieci spedizioni di gas naturale liquefatto. Tutti gli incontri di Giorgia Meloni per provare a ricucire

Così Meloni porta avanti l'agenda Draghi
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Cucire sponde. Il Mediterraneo è il vecchio cuore dell’Europa, l’Atlantico un orizzonte e si può essere europei anche senza sbandierarlo. I numeri non dicono mai tutto, ma ce n’è uno che racconta meglio di qualsiasi analisi politica come Giorgia Meloni si sta muovendo in questa stagione di caos globale. Il numero è 10. Dieci spedizioni di gas naturale liquefatto che il Qatar non consegnerà all’Italia entro la metà di giugno. Non rimandate. Annullate. Qatar Energy si è arresa dopo che gli attacchi iraniani sul complesso di Ras Laffan hanno messo fuori uso il 17 per cento delle esportazioni totali di gpl del paese, con un recupero che richiederà tra i tre e i cinque anni. L’Italia importa il 95 per cento del gas che consuma, genera oltre il 40 per cento dell’elettricità bruciandolo, e prima di quella notte il 45 per cento del suo Gnl veniva da lì. Il vuoto ha la brutalità di una porta che sbatte nel silenzio.

Il 3 aprile, senza conferenze stampa, senza il rituale delle note diplomatiche preventive, Meloni sale su un aereo. Quarantotto ore dopo ha incontrato il principe ereditario dell’Arabia Saudita, l’emiro del Qatar e il presidente degli Emirati Arabi Uniti. Sessioni di pianificazione d’emergenza per una nuova architettura energetica europea, mentre lo Stretto di Hormuz è di fatto chiuso e Washington ha trasformato l’intera regione in una zona di attrito permanente. Non autorizzata da Bruxelles. Non coordinata con la Casa Bianca. Si è mossa per cercare una soluzione. Ora, attenzione, chi legge Giorgia Meloni con le categorie più scontate, populista di destra, sovranista, atlantista ottusa si trova a dover ricominciare da capo. L’alleata ideologica in teoria più vicina a Trump sta conducendo una diplomazia autonoma in una regione che Trump stesso ha destabilizzato. La crepa nell’alleanza transatlantica non è più un tema da convegno. È misurabile in barili e in chilometri di gasdotto.

La logica dei tre incontri è precisa. Con Riyadh la chiave è il gasdotto Petroline, costruito durante la guerra Iran-Iraq per aggirare Hormuz: 1.200 chilometri fino al porto di Yanbu sul Mar Rosso, cinque milioni di barili al giorno già diretti verso il Mediterraneo e le raffinerie italiane. Con Abu Dhabi c’è il gasdotto Habshan-Fujairah, fuori dallo Stretto, con 1,8 milioni di barili di capacità. Con Doha, dove non ha senso firmare nuovi contratti Gnl mentre il terminale brucia ancora, Meloni offre assistenza industriale per la ricostruzione di Ras Laffan e ottiene accesso preferenziale ai volumi del Golden Pass in Texas, joint venture tra Qatar Energy ed ExxonMobil.

Trieste è il centro di questa storia. Il 100 per cento del petrolio della Baviera passa per un unico porto italiano. Il 90 per cento di quello austriaco, circa il 50 per cento di quello ceco. Il gasdotto Tal parte dal terminal sull’Adriatico e alimenta Bmw a Ingolstadt, gli impianti petrolchimici vicino a Vienna, le raffinerie ceche. Trieste non è un porto locale. È il molo di carico meridionale dell’Europa centrale. Ogni barile che arriva lì diventa, in pochi giorni, una scelta tedesca, austriaca, ceca. La leva costruita nel Golfo si moltiplica lungo il Tal fino a diventare geopolitica.

Qui sta il paradosso difficile da ammettere.

Meloni sta portando avanti, senza citarlo e senza alcuna affinità ideologica, alcuni aspetti del ragionamento che Draghi aveva consegnato nel suo rapporto sulla competitività europea: autonomia strategica, diversificazione delle fonti, ruolo dell’industria italiana come snodo geopolitico anziché cliente passivo dei mercati globali. Non per convinzione federalista, ma per calcolo. Un’Europa meno dipendente fa gli interessi dell’Italia, e lei a quanto pare lo sa.

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