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"La riforma non risolverà tutto ma garantisce il giudice terzo"

Sì del sacerdote-giurista Gianni Fusco: "Anche in Vaticano c’è da sempre la separazione dei magistrati"

Gianni Fusco
Gianni Fusco
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Monsignor Gianni Fusco, avvocato rotale, docente di Diritti umani alla Lumsa e alla Link university, ha partecipato col ministro Adolfo Urso, la laica del Csm Isabella Bertolini, l'ex presidente della Corte dei Conti Tommaso Miele e il senatore Francesco Zaffini, a «Insieme per il Sì», organizzato a Roma dal Comitato per la separazione delle carriere promosso da Gianluca Brancadoro, Pietro Piccinetti e Roberto Santoro. Ma prima ha risposto alle nostre domande.

Perché ha deciso di esserci, monsignore?

«Perché sono un giurista, un esperto del campo anche se in campo ecclesiastico e come tale seguo questo dibattito sulla giustizia da anni».

In Vaticano c'è la separazione delle carriere.

«Sì da sempre e Papa Francesco è intervenuto pochi anni fa per formalizzare e istituzionalizzare la distinzione tra giudici e promotori di giustizia - anche il nome è importante -, proprio per accentuare la terzietà del giudice e un processo più oggettivo possibile».

E ora lei sostiene le ragioni del Sì.

«Certo, perché della necessaria separazione delle carriere si è discusso già ai tempi della nascita della Costituzione, 80 anni fa, con un dibattito che ha coinvolto tutti i partiti, da destra a sinistra, e mi sembra positivo che oggi si sia arrivati a portare a compimento un percorso che lo stesso Pd ha appoggiato anche nel programma delle elezioni del 2022».

Eppure, nella campagna referendaria maggioranza e opposizioni sono duramente contrapposte.

«Mi meraviglia molto, perché questa riforma non è di parte, è il naturale svolgimento del dibattito sul giusto processo, sul quale negli anni centrodestra e centrosinistra hanno lavorato insieme. Mi sarei aspettato maggiore collaborazione, per il bene comune del Paese. Tanta confusione non aiuta i cittadini a comprendere il merito della riforma e la campagna referendaria è troppo politicizzata per un voto che, invece, non dovrebbe essere partitico».

I contrari alla riforma dicono che il governo vuole assoggettare i pm.

«Non è scritto da nessuna parte, nel testo non emerge nemmeno il rischio. Direi, invece, che oggi è molto forte l'influsso politico sui magistrati attraverso le correnti e semmai si riduce con il sorteggio che le indebolirà. La riforma non risolve tutti i problemi della giustizia, ci saranno altri interventi, ma facilita la terzietà del giudice di cui parla l'art. 111 della Costituzione. Un riferimento sportivo: se in una partita una delle due squadre porta l'arbitro, perché fanno parte della stessa carriera, delle stesse correnti e si sostengono vicendevolmente, l'altra non sta certo serena».

Lei in passato si è detto a favore dell'unità politica dei cattolici, finita con la caduta della Dc, la pensa così anche guardando al referendum?

«Oggi in parlamento o si sta a destra o a sinistra. E ci sono i cosiddetti cattolici della morale, che guardano verso destra e i cattolici del sociale che preferiscono la sinistra. Sarebbe utile uno spazio al centro, ben definito, per i cattolici, organizzato su valori e temi fondamentali per loro, perché non può esserci un discorso autentico se non con ambedue gli aspetti, l'etica e il sociale».

E sulla giustizia questo partito che posizione avrebbe?

«Non potrebbe che lavorare per garantire un giudice terzo e un processo giusto».

Il presidente della Cei Zuppi ha difeso l'indipendenza dei togati e l'equilibrio tra i

poteri ed è stato visto come un appello al No.

«Mi sembra che non sia così. Il cardinale ha ribadito dei principi costituzionali e se giudici e pm non sono sullo stesso piano non si garantisce una giustizia giusta».

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