"Il salario minimo non serve a ridurre la povertà". Gli esperti bocciano la ricetta della sinistra

"Il salario minimo non serve a ridurre la povertà". Gli esperti bocciano la ricetta della sinistra

«La risposta è nel salario minimo. Ed è sbagliata». Parafrasare Corrado Guzzanti aiuta a capire come Pd e Cinque Stelle si stiano incartando su una proposta - quella di aumentare il salario minimo a 9,5/10 euro all'ora al lordo degli oneri contributivi e previdenziali - che compatta le opposizioni ma rischia di creare più danni che benefici. Lo ammette la stessa Commissione europea con la direttiva Ue approvata il 14 settembre 2022 che chiede di introdurre entro il 15 novembre 2024 un salario minimo legale di almeno 7 euro negli Stati membri dove la contrattazione collettiva sia inferiore all'80% (non l'Italia) ma con un'avvertenza: «Un aumento del salario minimo aumenta il gettito delle imposte e dei contributi sul lavoro e può anche ridurre la spesa per le prestazioni riconducibili all'assistenza sociale», si legge nel paper Ue. La direttiva non ci riguarda (secondo l'Inps il 97% dei contratti è nel Ccnl), anzi il salario minimo del Ccnl è già superiore a quello ipotizzato, come ricorda sempre il numero uno di Confindustria Carlo Bonomi. A essere sotto soglia sono i cosiddetti «lavoratori poveri» o «vulnerabili», chi lavora poco, a intermittenza, i sottopagati o quelli con contratti pirata, come i finti stage. Ma ci sono anche molte partite Iva mascherate, chi fa un lavoro occasionale, i rider, chi viene pagato in parte in nero. Giusto allineare il salario minimo garantito per i settori non coperti da contratto, ma nei Paesi dove è stato imposto, molte imprese sono uscite dalla contrattazione collettiva. Non basta quindi una leggina a incentivare la regolarizzazione del dumping salariale e recuperare gli esclusi dal mercato del lavoro: l'Italia è l'unico Paese Ocse in cui dal '90 al 2020 il salario è diminuito, ma i bassi salari nel nostro Paese dipendono dalla bassa crescita e dalla bassa produttività. Non è inseguendo un totem ideologico, un toccasana verbale ad alto impatto emotivo, che si risolve il problema strutturale del Paese. «Se fosse bastata la contrattazione non avremmo ora il 12% dei lavoratori che sono poveri», dice il segretario Pd Elly Schlein. Ma per aumentare i salari e garantire pensioni dignitose, come ha promesso di fare il premier Giorgia Meloni, bisogna aumentare gli sgravi fiscali di chi regolarizza i dipendenti, garantendo loro sia sicurezza economica sia continuità lavorativa, o dare più risorse in busta paga con il taglio dell'Irpef annunciato nei giorni scorsi. Secondo un paper curato dal Centro studi Fiscal Focus, guidato da Antonio Gigliotti, imporre un salario minimo al Sud, dove l'Istat certifica si trovi la maggior parte dei lavoratori italiani a bassa retribuzione «amplificherebbe le criticità relative al carattere regionalistico del mercato del lavoro, incrementando il costo del lavoro delle imprese del Sud». Secondo lo studio Who Pays for the Minimum Wage? di Commissione Ue e Università di Londra, infatti, «o l'imprenditore riduce guadagni e investimenti o scarica il costo sui consumatori». Imporre il salario minimo incentiva anche l'automazione, come dimostra la graduale sparizione di benzinai o cassieri, lavoratori poco qualificati più facilmente sostituibili; aumenta la povertà dei lavoratori a bassa qualifica perché scarica su consumatori e imprese i costi e innesca una spirale inflattiva che vanifica il tentativo di aumentare consumi e potere d'acquisto; disincentivi gli investimenti esteri perché irrigidisce il mercato del lavoro, reso meno attrattivo, come sostiene uno studio Ocse del 2018. Altrove ha funzionato? Nì. Nel Regno Unito secondo la Low Pay Commission «l'impatto dell'aumento salariale è stato fortemente ridotto da tagli alle prestazioni lavorative». Secondo Kerstin Bruckmeier e Oliver Bruttel su Journal of Social Policy l'Istituto di Economia del lavoro IZA certifica che in Germania («dove contrattazione collettiva e salario minimo coesistono», strepitano quelli di M5s) «i salari minimi sono da ritenersi una misura molto limitata se l'obiettivo consiste nel ridurre la povertà e l'assistenza sociale».

Perché? Perché sono concepiti come un incentivo fiscale per disincentivare fiscalmente l'idea di rimanere per troppo tempo fuori dal mercato del lavoro. Chi rinuncerebbe oggi al Reddito di cittadinanza per un salario minimo? E siamo sicuri che lo Stato non ci guadagnerebbe?

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