Scuole private, oggi referendum spacca-sinistra

Consultazione sui contributi pubblici. Guida il no di Rodotà, sul fronte opposto Prodi

Scuole private, oggi referendum spacca-sinistra

Bologna - Non c'è quorum: vince chi vince. La partita del referendum si gioca sulla caccia all'ultimo voto. Da questa mattina i bolognesi sono chiamati a votare per cancellare o mantenere il contributo di un milione che il Comune destina da 20 anni alle scuole paritarie private. Quesito incandescente, che ha spaccato la sinistra in un crescendo di colpi bassi sferrati al sindaco Pd Virginio Merola, che quel contributo ha difeso dagli attacchi di Sel e Movimento Cinque Stelle, ma anche di una larga fetta di associazionismo laicista che va dall'Arcigay all'unione atei passando per la Fiom e la potente Cgil. Urne aperte dalle 8 fino alle 20, subito dopo inizierà lo spoglio, i risultati verso le 23. Ma fino a quell'ora continueranno le stoccate del Comitato A (che vuole abolire il finanziamento) che non ha smesso di sferrare attacchi sotto la cintola.

«L'ultimo è il volantino che sta girando in queste ore - spiega al Giornale il professore Stefano Zamagni, docente in ateneo e presidente del Comitato sostenuto da Pd, Pdl, Udc, Lega, Cisl, mondo cooperativo e laicato cattolico – dice che votare A significa votare per la scuola pubblica nata dalla Resistenza. Ma che cosa c'entra la Resistenza? È il massimo della scorrettezza e dell'ideologismo». Il combattivo comitato promotore «Articolo 33» ha incentrato il dibattito sulla scelta tra scuola pubblica e scuola privata. «Balle, il quesito è tra scuole solo statali e paritarie, perché anche le scuole comunali sono paritarie e quelle private svolgono una funzione pubblica come ha stabilito la legge Berlinguer».

Il sistema integrato infatti, nato nel '93 quando sindaco di Bologna era il comunista Walter Vitali, non a caso oggi sostenitore del B, ha permesso all'amministrazione di tenere in vita 37 scuole dell'infanzia in gran parte cattoliche, e in una logica di sussidiarietà ha consentito di dare una risposta scolastica a tutti, dato che lo Stato copre appena il 16% della domanda. «Se oggi venisse tolto quel finanziamento – prosegue il professor Zamagni – le scuole private dovrebbero chiudere e il Comune andrebbe in bancarotta dovendosi accollare a costi maggiori quel vuoto perché lo Stato non vi provvederebbe». Ecco perché la soluzione B anche a molti esponenti del Pd è sembrata la più ragionevole e ha visto in coda l'adesione di Matteo Renzi e di Romano Prodi, in un ripetersi a distanza della guerra per il Quirinale che ha lacerato la sinistra, dato che il padre nobile del comitato A è Stefano Rodotà. «Una sinistra schizofrenica – aggiunge - Vendola infatti sostiene la A, ma in Puglia ha messo in piedi un sistema simile al nostro.

E anche Cofferati, che si è schierato per togliere il contributo, nei 5 anni in cui è stato sindaco a Bologna, non si è mai sognato di farlo. E i grillini? Il M5S non spiega perché a Parma il loro sindaco Pizzarotti non lo cancella». Come finirà? «Se il 60% dei bolognesi oggi si recasse al voto, stravincerebbe il B, ma se invece dovesse prevalere l'astensione, è chiaro che il comitato A, più agguerrito anche se meno numeroso (circa 20mila), potrebbe spuntarla». Ma da stasera la sinistra dovrà comunque interrogarsi sul rischio di una vittoria dell'A, che potrebbe innescare una reazione a catena in tutta Italia: «C'è in gioco il principio sussidiario della libertà di educazione: questo referendum è costato 500mila euro: praticamente soldi buttati via per chiedere ai bolognesi se vogliono o no essere meno liberi».

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