Se i "pacificatori" vogliono solo far fuori il nemico

L’ultima moda degli appelli alla responsabilità nasconde l’opportunismo della sinistra: sapeva dall’inizio che il patto delle larghe intese era di facciata

L'ultima moda agostana sono gli appelli alla responsabilità. Non c'è persona nel Bel paese che abbia un titolo, un grado, un ruolo più o meno importante che si sia astenuta dal dire che di fronte alla flebile ripresa economica una crisi di governo ora creerebbe gravi danni. Appelli naturalmente a senso unico, che hanno un solo destinatario: il Cav. Appelli che grondano di ipocrisia: quando si è messo in piedi il governo delle larghe intese tutti sapevano, dico tutti, dal capo dello Stato al premier prescelto, ai segretari dell'insolita maggioranza, che bisognava risolvere il problema della persecuzione condotta dalle frange più politicizzate della magistratura nei confronti di Berlusconi. Il termine pacificazione non fu inventato a caso, era una delle questioni alla base dell'accordo di governo. Con il senno del poi, però, ci si accorge che se ne parlava e basta, che la questione era tema dei conciliaboli più riservati ma anche più sordi in quelle stanze del potere dove ti accorgi solo a cose fatte che il Potere non c'è. Nessuno, a quanto pare, aveva preso un impegno serio sull'argomento: solo silenzi, ammiccamenti, frasi evasive, tanti «non detti».

Un mare di ipocrisia, appunto, che fin dalla nascita ha avvolto questo governo e che mi ha reso sempre scettico e dubbioso sull'opportunità di dargli il mio voto. Ora i nodi sono venuti al pettine. Accompagnati da una nota del Quirinale tanto fredda e avara negli intenti, da sembrare un epitaffio di maniera da incidere sulla tomba di una storia politica durata venti anni. E non c'è da meravigliarsene più di tanto: l'attuale inquilino del Colle nella sua proverbiale prudenza - per usare un eufemismo - ci ha messo altri vent'anni per dire una parola giusta e vera su un personaggio che lo aveva scelto come interlocutore, cioè Bettino Craxi. Anche quel Craxi, per restare alle cronache, ne restò più volte deluso. Ma è fatale, pure in politica ci sono i Ponzio Pilato o i Don Abbondio. Del resto il tratto distintivo di questa, probabilmente breve, stagione di larghe intese è stata una certa inclinazione all'eccessiva prudenza, al rinvio, al gattopardismo. Che altro si può dire di un premier che non ha speso una parola sull'argomento Berlusconi? Un premier preoccupato più di restare al suo posto, ora, e magari, anche dopo le possibili elezioni, come candidato di una coalizione che rinneghi le larghe intese. Un premier che è tanto timido nell'immaginare le misure per superare la crisi (solo adesso che c'è aria di urne si è accorto che abbiamo dei problemi con un certo tipo di Europa), quanto pavido a confrontarsi con la vicenda del Cav, nell'illusione che non coinvolga l'intero centrodestra.

Ebbene, gli appelli bisognerebbe rivolgerli proprio a coloro che, a tutti i livelli, non affrontano la situazione. Che rimandano alle responsabilità di altri. O si nascondono dietro una sentenza che sarà pure definitiva ma che è anche tutta politica. Basta guardare ai comportamenti e agli eccessi del presidente del tribunale che l'ha emessa. Già, i veri irresponsabili sono quelli che guardano dall'altra parte. O che fingono che sul «caso» non fossero stati presi degli impegni, non fossero state date delle garanzie e delle rassicurazioni. Quindi, l'irresponsabilità o, in alternativa, la malafede, è quella di chi ha accettato di dar vita a un governo, a un'alleanza, sapendo che quei patti erano scritti sull'acqua, che il comune sentire - quello della pacificazione - in realtà era solo a senso unico e che ha considerato fin dall'inizio i partner di maggioranza degli impresentabili se non dei delinquenti. Gente che ora per assenza di coraggio, per l'incapacità di imporre alla propria base un momento di verità, per paura di confrontarsi con il proprio elettorato educato per cinquanta anni alla delegittimazione dell'avversario, preferisce gettare l'alleanza alle ortiche e considerare un male minore la sfida del voto. Tentando naturalmente, in ossequio al codice degli ipocriti, di darne la responsabilità ad altri.

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