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Il silenzio forzato di Grillo. E quella tentazione del Sì

Il fondatore M5s tace dopo la condanna a otto anni del figlio Ciro e lo sfogo virale contro i magistrati

Il silenzio forzato di Grillo. E quella tentazione del Sì

Da Joker della politica italiana a triste e solitario. Di Beppe Grillo non c'è più traccia. Sparito dai radar. Silente. Si è inabissato l'Elevato e fondatore del M5S. Nessuna presa di posizione sulla riforma della giustizia. Un tempo sarebbe stato protagonista nella contesa di questa partita. E probabilmente decisivo un suo Vaffa o ai magistrati o al governo. In estrema sintesi, fare Beppe Grillo.

C'è chi lo racconta nella sua casa di Marina di Bibbona, infelice e rassegnato, pronto a riemergere per rimarcare un concetto che dalle parti del Movimento di Giuseppe Conte non hanno ancora chiaro: il simbolo dei Cinquestelle è suo. Dice un ex sottosegretario del primo esecutivo dell'avvocato popolo: «Beppe aspetta al varco Conte. È convinto che sia suo il simbolo. Ha già tutto pronto per ricorrere al tribunale». C'è invece chi lo descrive per sempre fuori dal gioco della politica, perché non può essere tutto come prima e perché la stagione del Movimento che avrebbe dovuto aprire il Parlamento come una scatola di tonno è andata in prescrizione.

Fatto sta che la domanda delle domande che tutti si fanno a più livelli è: «Ma Beppe vota Sì o sceglierà il No?» L'ultimo post a sua firma risale al 31 dicembre. «Il mio tempo non è ancora venuto. Io sono postumo. Resto qui a guardare» Pesa di sicuro la condanna del figlio Ciro a otto anni per violenza di gruppo. Ah, la giustizia. Per Beppe, quella parola è «solenne agitata da tutti come una bandiera e usata come una clava. Ci sono cose che non entrano nei bilanci di fine anno, esistono ferite che non fanno notizia e cambiano il modo di guardare il mondo, insegnano che la verità segue percorsi tortuosi e che la giustizia spesso procede con tempi e logiche lontane da ciò che appare davvero giusto». Chi conosce il dizionario del fondatore traduce in questi termini: «Significa che Beppe voterà Sì al referendum sulla giustizia». Eppure il suo inner circle, contattato da il Giornale, non si sbilancia: «Non possiamo dire nulla, le dichiarazioni di Beppe passano solo dal blog».

Il suo blog rimane attivo. Solo negli ultimi quattro giorni sono apparsi tre post. Ecco i titoli: «Una etichetta universale per i prodotti fatti dall'uomo»; «Tik Tok e l'impatto sui giovani»; «30 km all'ora possono bastare». Tutto pur di non parlare del referendum sulla giustizia. Perché dunque questa omissione? Non è che forse l'Elevato non è più uno strenuo difensore delle toghe e delle loro battaglia a causa della vicenda familiare? Viene in mente il suo affondo dell'aprile del 2021 contro i magistrati che avevano aperto le indagini sul figlio Ciro: «Mio figlio non ha fatto niente, arrestate me». Un video di un minuto e 30 secondi, come ai tempi d'oro del Vaffa, quando i grillini si sentivano i Robespierre d'Italia. Solo che questa volta l'indignazione è tutta tesa a difendere il figlio: «Ciro è su tutti i giornali come uno stupratore seriale. Voglio una spiegazione. Perché non li hanno messi in galera o agli arresti domiciliari subito? » Era l'immagine di un padre infuriato con il mondo e che continua ad esserlo con gli amici ma ricalcava le performance che lo hanno reso noto al grande pubblico.

Così in questa campagna referendaria diviene un lontanissimo ricordo il Grillo super star della politica. Tre scatti: la traversata a nuoto dello Stretto di Messina che portò il M5S a primeggiare in Sicilia nell'ottobre del 2012, qualche mese dopo l'exploit di consensi alle politiche, quelle della «non vittoria» del Partito Democratico e infine il trionfo alle elezioni del 2018 e le alleanze prima con la Lega e poi con il Nazareno.

Grillo dava le carte e si poteva permettere di irridere Pier Luigi Bersani, all'epoca segretario del Pd o di dire sul Capo dello Stato Giorgio Napolitano: «È un cospiratore, lo mandiamo a casa». Faceva e disfaceva assieme ai suoi figli politici di quel tempo Roberto Fico e Luigi Di Maio. Considerando Conte, il frontman-strumento per occupare Palazzo Chigi. E cosa dire dell'ingresso nel governo dell'ex governatore della Bce: «Mario Draghi è uno di noi». Un capolavoro. Poi il declino, lo scontro perso con Giuseppe Conte, la trasformazione della sua creatura in un vero partito, le due Regioni conquistate senza il suo timbro.

E adesso il referendum sulla giustizia, una partita politica importante senza di lui. Non ci resta che seguire la traccia degli ultimi fedelissimi.

Ad esempio, Danilo Toninelli ammette: «Il sorteggio? È lo strumento più democratico che esista. Spezza il potere delle correnti». Ma non è la stessa cosa. L'originale è solo uno: Beppe. Il cui silenzio appare forzato. E non da lui che resta triste e solitario. Ridateci il vecchio Grillo.

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