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"La sinistra è conservatrice: il No lascia le cose come stanno"

Il sociologo progressista Luca Ricolfi voterà Sì: "Schlein vuole bonificare i riformisti"

"La sinistra è conservatrice: il No lascia le cose come stanno"

Sotto le finestre della Fondazione Hume a Torino il Po scorre placido in una giornata quasi primaverile. Maglione rosso e pantaloni di velluto, il professor Luca Ricolfi sta lavorando a un saggio ciclopico sull'evoluzione della criminalità globale con dati provenienti da tutto il mondo. Studioso di sinistra considerato eretico da tanti intellettuali di area che lo snobbano o lo detestano, ci parla senza censure del referendum senza risparmiare punture a quell'area ideologica che non cambia mai.

Professor Ricolfi, ci spieghi un po' che cosa capita a Torino in vista del 22-23 marzo. Lei ha annunciato che voterà Sì al referendum mentre il sindaco Lo Russo, anch'egli progressista, si è schierato per il No. Due sinistre diverse?

«No, una sola sinistra direi, da molto tempo penso che la sinistra ufficiale sia profondamente e irrimediabilmente conservatrice, e solo la sinistra riformista e liberale voglia veramente cambiare le cose. E il referendum lo conferma: che cos'altro è il No, se non la solita volontà di lasciare le cose come stanno? Quanto al sindaco Lo Russo, stesso discorso: che cos'è la linea morbida verso Askatasuna, se non la tenace volontà di mantenere le cose come sono state negli ultimi decenni?».

L'ultimo sondaggio pubblicato sul Giornale indica che sosterranno la riforma un elettore grillino su quattro e quindici sostenitori del Pd su 100. Da esperto di flussi, come legge questo incrocio?

«Il 15% di Pd a favore non è una sorpresa, significa solo che la specie dei riformisti non è ancora estinta dentro il Pd, a dispetto dei piani di bonifica di Elly Schlein e dei suoi giovani seguaci. Meno ovvio, ammesso che non sia uno svarione sondaggistico, è il 25% di grillini per il Sì. Se è vero che la base Cinque Stelle è giustizialista, stupisce che 1 grillino su 4, votando Sì, adotti una postura liberale. Però una spiegazione ci sarebbe anche per questo».

Quale spiegazione?

«Potrebbe anche essere che, proprio perché è populista, una parte dell'elettorato grillino, disgustato dalle correnti della magistratura e dagli errori giudiziari, abbia una reazione punitiva, e veda il Sì come una giusta punizione. Dopotutto il sorteggio altro non è che la perfetta applicazione del principio uno vale uno».

Risultano ancora molti indecisi, almeno un cittadino su 5. Crede che sulla giustizia potrà esserci una ripresa dell'affluenza, in costante calo ad ogni consultazione elettorale?

«Non credo proprio, mi aspetto un tasso di partecipazione minore di quello, già molto basso (64%), delle ultime elezioni politiche».

Da studioso, lei considera questo referendum come uno strumento tecnico per riformare la giustizia o una legittimazione popolare di un cambiamento della Costituzione?

«Entrambe le cose, ma prevalentemente come una legittimazione di una correzione in senso liberale della Costituzione. Come riforma della giustizia mi sembra un po' pochino, perché lascerà in piedi quasi tutte le storture del nostro sistema».

A quali storture si riferisce?

«Soprattutto a tre: eccessiva durata dei processi, politicizzazione di una parte della magistratura, assenza di norme che puniscano in modo efficace la recidiva».

E da cittadino, quale cambiamento inciderà di più sulla vita degli italiani?

«Difficile dirlo, forse possiamo aspettarci un maggiore rispetto del principio in dubio pro reo, con conseguenze spesso auspicabili (meno innocenti in carcere), talora dannose (più criminali in libertà)».

Con quali slogan e quali narrazioni si può vincere o perdere questo referendum?

«Non ci sono slogan o formule magiche, alla fine la maggior parte della gente fa quello che le suggerisce l'istinto: se hai paura di Meloni voti No, se hai paura di Schlein voti Sì. E questa è la formidabile carta del No: la differenza fra il popolo di sinistra e quello di destra è che Meloni fa paura ai progressisti più di quanto Schlein faccia paura ai conservatori. Detto in altre parole: il popolo di sinistra è facilmente mobilitabile, perché molti credono davvero che Meloni sia l'anticamera del fascismo, della torsione autoritaria, di una stagione di repressione e limitazione dei diritti. Mentre il popolo di destra ha una visione più scettica, realistica, disincantata dell'alternanza al governo: sa benissimo che, chiunque vinca, le cose cambieranno di poco».

Come ha reagito quando ha letto le frasi del pm Gratteri che ha bollato gli elettori del Sì come indagati e mafiosi?

«A me non dà fastidio che Gratteri dica delle sciocchezze, mi dà fastidio che sia sempre in Tv ospite di conduttori che non lo incalzano e preferiscono lisciargli il pelo».

Ancora su Torino, professore. Si è sentito tirato in ballo nella polemica sui salotti progressisti troppo comprensivi dinanzi alle devastazioni di Askatasuna?

«Quando mai? Io sono (felicemente) escluso da tutti i salotti progressisti della mia città».

Lei scrisse un saggio memorabile sulla sinistra, «Perché siamo antipatici?». Oggi a chi dedicherebbe un nuovo capitolo?

«Forse agli intellettuali progressisti, o meglio alla loro involuzione avvenuta negli ultimi 10-15 anni. Mai avevo visto tanto conformismo, tanta partigianeria, tanto pensiero militante, tanta cupa seriosità, tanto poco amore per la verità.

L'anno prossimo è il centenario della pubblicazione del libro di Julien Benda sul tradimento dei chierici, che raccontava la rinuncia degli intellettuali all'autonomia di pensiero. Una tragedia che allora condusse molti di loro a sposare razzismo, nazionalismo, fascismo, mentre oggi si ripresenta in forma di farsa, con l'adesione al follemente corretto e una spudorata faziosità».

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