Al terzo posto del podio dei peggiori, questa settimana, abbiamo Roberto Vannacci. L'addio alla Lega era ormai nell'aria da settimane, eppure fino all’ultimo i militanti avevano creduto alle sue parole, a quando a Pontida aveva assicurato che non avrebbe usato la Lega "come se fosse un pulmino". "Io credo nella parola data e nell'onore", diceva per l’appunto. Ma, a distanza di un niente, quella parola sembra non valere più. E nemmeno la lealtà visto che l'ex generale, accolto da Salvini proprio quando era finito sotto il fuoco incrociato della sinistra per il libro Il mondo al contrario, ha attenuto, proprio grazie a Salvini e alla Lega, uno scranno al Parlamento europeo. Non solo. Sempre Salvini, lo scorso maggio, gli aveva dato fiducia nominandolo vice segretario federale della Lega. Nemmeno il giro di un anno solare. Scusate il gioco di parole ma è sempre più evidente che la riconoscenza non è di questo mondo (al contrario). Una rottura organizzata da tempo, con già un logo registrato: "Futuro nazionale". Che vagamente ricorda "Futuro e libertà" di Fini. Partito che non andò molto lontano. E d'altra parte i sondaggisti lo danno sotto l'1%. Meno di Soumahoro...
Sul secondo gradino troviamo Elly Schlein e il suo Pd in una deriva ideologica sempre più allarmante. Per far campagna contro la riforma della giustizia eccoli postare sul profilo social del partito il video di un gruppo di persone che fa il saluto romano. "Loro votano sì – si legge nel post – noi difendiamo la Costituzione". Non contenta la segretaria se ne esce in tv dicendo che "i neofascisti dicono che votano Sì, quindi mi sembra che quelli che votano sì non siano ben accompagnati". Un'operazione mediatica a dir poco maldestra, se non addirittura offensiva. Al di là della noiosa litania sulla minaccia fascista, le argomentazioni della Schlein sono uno schiaffo a quegli italiani che da tempo lottano per migliorare la giustizia. Ma quando è troppo è troppo, e anche nel suo stesso partito hanno capito che la misura è colma. Tanto che qualcuno è arrivato a dire che è stato toccato "il punto più basso di qualsiasi polemica politica".
Al primo posto abbiamo la sinistra che per anni ha coccolato il centro sociale torinese Askatasuna: chi fornendo alibi ideologici, chi sostenendoli in tribunale, chi bollando come "bene comune" lo stabile occupato e chi scendendo in piazza per loro. Quella stessa sinistra che, nemmeno davanti alle terribili immagini del poliziotto aggredito, è riuscita a prendere le distanze da questi violenti criminali senza se e senza ma. Negli ultimi giorni abbiamo assistito a un carosello di dichiarazioni imbarazzanti del calibro "condanno ma...". I politici, in primis. C'è chi invita il governo a non strumentalizzare. Chi dice apertamente che le violenze "fanno il gioco dei chi vuole i decreti sicurezza". E gli "opinionisti". Quelli che era "un corteo festoso, con musica, c'erano giovani, c'era aria di festa". Quelli che "condanno ma... esiste il contesto" e il contesto è che "a Torino va avanti da anni la repressione di ogni forma di dissenso". E pure quelli che "questi scontri servono al meccanismo della sorveglianza" e quelli che rievocano il G8 di Genova. E, mentre questi si coprono d'imbarazzo, gli antagonisti rilanciano: "Il corteo è stato un successo al di là di tutte le aspettative". E all’università di Torino spunta la scritta: "+ sbirri morti + orfani + vedove".
"I disordini di sabato confermano il vero volto degli antagonisti ospiti dei centri sociali occupati abusivamente, talvolta anche grazie a coperture politiche ben identificabili", ha spiegato il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi sottolineando che "chi sfila a fianco di questi delinquenti finisce per offrire loro una prospettiva di impunità". Eppure, nonostante sia stata accertata l’azione eversiva dei violenti, i tre fermati sono stati subito rimessi in libertà dal giudice.