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La coda del Superbonus lascia in eredità un conto pesante. Non solo per le casse pubbliche, già appesantite da anni di bonus edilizi, ma anche per il lavoro di controllo che il Fisco ha dovuto mettere in campo nell’ultima fase dell’agevolazione. Secondo quanto riportato dal Sole 24 Ore, i crediti legati al Superbonus fermati dall’amministrazione finanziaria ammontano a 4,1 miliardi di euro.
Il dato più significativo non è soltanto la cifra complessiva, ma la proporzione. Sulle ultime comunicazioni relative alle spese 2025, circa un credito su tre è stato considerato a rischio e quindi bloccato prima che potesse essere utilizzato in compensazione. Una percentuale molto più alta rispetto al passato, quando gli scarti si erano fermati intorno al 3 per cento.
Il motivo è chiaro: nella fase finale del Superbonus, ridotto nel 2025 al 65%, si è concentrata una massa di richieste che ha spinto il Mef e l’amministrazione finanziaria ad alzare il livello di attenzione. L’obiettivo era evitare che crediti non spettanti o collegati a lavori non eseguiti secondo le regole finissero per trasformarsi in minori entrate per lo Stato.
Il piano di controllo si è mosso su due binari. Da una parte ci sono stati i controlli preventivi, che hanno portato allo scarto di 1,8 miliardi di crediti. Dall’altra l’analisi del rischio, attraverso cui sono stati individuati altri 2,3 miliardi di crediti ritenuti pericolosi. In questo secondo gruppo rientrano anche posizioni legate a possibili frodi su cessioni del credito e sconti in fattura. Una quota rilevante è già finita nel mirino della magistratura: 680 milioni di euro risultano sequestrati dall’autorità giudiziaria.
Il punto decisivo è il tempo. Intercettare subito quei crediti ha impedito che venissero monetizzati tramite compensazione con modello F24. Una volta utilizzati, recuperarli sarebbe stato molto più difficile. Per questo il blocco preventivo ha avuto anche un effetto sui conti pubblici: senza l’intervento del Fisco, il peso sul deficit avrebbe potuto essere ancora più alto degli 8,4 miliardi già indicati nel Documento di finanza pubblica.
La finestra temporale ha reso il lavoro ancora più delicato. I lavori relativi alle spese 2025 potevano essere conclusi entro il 31 dicembre, mentre le comunicazioni per cessione del credito e sconto in fattura potevano arrivare fino al 16 marzo successivo. In mezzo, il rischio principale: fatture emesse per interventi non realizzati, o realizzati solo in parte, entro la scadenza prevista.
Il problema, però, non riguarda unicamente il Superbonus. Dal 2021, anno del decreto antifrodi, i controlli sui bonus edilizi sono diventati una delle partite più impegnative per l’amministrazione finanziaria. Il totale dei crediti rifiutati o bloccati per tutti gli incentivi edilizi sfiora i 9,5 miliardi di euro. La parte più consistente arriva dal Superbonus, con circa 6,8 miliardi, ma pesa anche il bonus facciate, che negli anni ha visto stop per oltre 1,3 miliardi.
Alla fine resta il quadro di un’agevolazione diventata anche terreno fertile per abusi, irregolarità e
frodi. L’ultimo capitolo conferma che la partita non si è chiusa con la fine del bonus: si è spostata sui controlli, sui sequestri e sul tentativo di evitare che il conto finisca sulle spalle dello Stato. Ancora una volta.