Il testimone del golpe di Fini: "Presto usciranno le prove"

L'autore del racconto alla "Zanzara" sulle trame del Quirinale nel 2010 si presenta come "ex portaborse di senatori Pdl". Ma è giallo sull'identità

 Napolitano e Fini
Napolitano e Fini

Ma chi è il misterioso testimone che alla Zanzara ha raccontato la telefonata tra Napolitano e Fini, nel 2010, messa in viva voce dal leader Fli davanti a dodici persone (come raccontato da Berlusconi stesso)? Ex finiani, tra cui alcune primissime file del partito, confermano che il rapporto tra Fini e Napolitano era molto stretto in quei mesi del 2010, ma non riconoscono l'identità di quella voce, né di essere tra i presenti alla telefonata di cui parla Berlusconi. La conversazione che il testimone senza nome ha raccontato così al programma di Cruciani e Parenzo su Radio24: «Fini ha messo in viva voce la telefonata di Napolitano per far sentire a tutti che quello che voleva fare non era una cosa personale contro Berlusconi ma erano le alte sfere del potere a dirgli di farlo. Napolitano chiese la disponibilità a Gianfranco Fini di formare un nuovo governo. Gli chiese se la sentiva». A svelare qualcosa in più sull'identità del presunto testimone è la stessa Zanzara, che lo richiama per aggiungere qualche tassello al racconto sul tentato «golpe» di Fini con l'appoggio del Quirinale. «Non sono parlamentare, sono stato un portaborse di senatori del Pdl. Il presidente, entro il 25 maggio (elezioni europee, ndr) darà qualche nome dei dodici presenti se gli verrà chiesta, lui ha tutta la lista dei dodici». Un ex portaborse Pdl, che ora lavorerebbe per Forza Italia, ma non ufficialmente. «Siamo tra i fondatori dei club Forza Silvio, lavoriamo nell'ombra. Faccio parte di una schiera di persone che non possono rivelare la loro identità». Misteri.

La lista dei nomi, e altri dettagli dell'«operazione Fini-Colle», sarebbero in mano dunque al leader di Forza Italia, che intervistato da Piazza pulita spiega: «Napolitano nel 2010 si era reso parte attiva affinché il presidente della Camera, Fini, spostasse una parte dei suoi in Parlamento a sinistra, formando una nuova maggioranza rispetto a quella eletta. Ho le prove, ci sono testimoni. I nomi? Non ho l'autorizzazione, ma se ci saranno necessità i nomi si faranno». Un colpo da sparare negli ultimi giorni della campagna elettorale, come prova del piano per farlo fuori da Palazzo Chigi senza passare dalle urne, tentativo fallito con Fini nel 2010 e poi riuscito con Monti l'anno dopo, sempre con la regia di Napolitano? È la convinzione non solo del portaborse misterioso, ma anche di molti ex finiani. Uno dei pochi che parla è Amedeo Laboccetta. In una intervista al Tempo l'ex deputato di An, molto vicino a Fini prima della rottura con Berlusconi, ha raccontato il retroscena in presa diretta: «Gianfranco mi disse che Berlusconi andava politicamente eliminato, e che Napolitano era della partita. Aggiunse che presto si sarebbero create le condizioni per un ribaltone e che aveva notizie certe che la magistratura avrebbe massacrato il Cavaliere. Come premio per il killeraggio del premier sarebbe nato un governo da lui presieduto, con la benedizione del Colle». L'operazione si svolge nel 2010 e, nei piani, deve concludersi con la mancata fiducia al governo Berlusconi, a dicembre, dopo la scissione di Fli. Cosa che però non succede perché il governo resta in piedi, anche se con tre voti di scarto. E anche se per ancora undici mesi, quando Napolitano dà l'incarico a Mario Monti.
Di certo c'è che in tanti, già dall'autunno 2010, tramavano per far cadere il Cavaliere. A confermarlo anche un colonnello molto vicino a Fini, Adolfo Urso, poi scaricato da Mister Tulliani perché considerato troppo «moderato». Urso, come tanti altri futuristi, ammette che i contatti tra l'ex presidente della Camera e il Quirinale erano frequenti. Urso aggiunge un altro elemento, citato pure nel suo libro «Vent'anni e una notte, la parabola della Destra italiana»: lo zampino di D'Alema. «In più episodi mi apparve chiaro un'intesa tra i due - racconta Urso - Ricordo un'intervista di D'Alema in cui, ben prima del voto di sfiducia andato a vuoto, prefigurava le dimissioni di Berlusconi e, o un governo di transizione sostenuto sia da maggioranza che da opposizione o una coalizione inedita comprendente Pd, Udc e Fli». Il disegno di Napolitano, poi andato in porto con Monti. «Feci una dichiarazione nettamente contraria ma poche ore dopo venni smentito da Bocchino. Su chiara indicazione di Fini».

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