Intransigenza proletaria. Così a Livorno nacque il Pci

Il fascino dei Soviet e la pressione dell'Internazionale spinsero a rinnegare il riformismo di Turati

Il XVII congresso nazionale del Partito socialista italiano si aprì il 15 gennaio 1921 al Teatro Goldoni di Livorno e si protrasse fino al 21, quando, in mattinata, si consumò la scissione che, a poca distanza, in un'altra sala distante poco più di un chilometro, quella del Teatro San Marco, avrebbe portato alla nascita del Partito comunista d'Italia. I delegati che affollavano la grande sala del Teatro Goldoni erano lì in rappresentanza di oltre centosettantamila iscritti e l'atmosfera generale era quella dell'attesa di un evento. I nomi più importanti della storia del movimento operaio italiano erano presenti, da Turati a Bordiga, da Terracini a Serrati, da Buozzi a Gramsci e mancava soltanto uno di essi, Togliatti, che pure avrebbe svolto un ruolo chiave nella storia del Pci del secondo dopoguerra.

Un lungo striscione con la scritta «Proletari di tutto il mondo unitevi» giganteggiava sullo sfondo del salone sovrastando una grande foto di Carlo Marx. La coreografia era coerente con le tematiche delle quali si doveva discutere in quella sede che ruotavano tutte attorno al problema del rapporto con Mosca e con l'Internazionale. Già nel congresso precedente, svoltosi a Bologna nell'ottobre del 1919, era emersa la frattura tra l'anima massimalista, risultata maggioritaria, e quella riformista di Turati, la quale aveva ispirato la linea politica del partito sin dalla fondazione nell'ormai lontano 1892.

Sempre a Bologna, poi, era stata decisa per acclamazione l'adesione all'Internazionale sull'onda dell'entusiasmo per il mito della Rivoluzione russa e nella convinzione che pure in Italia stessero maturando le condizioni per la conquista violenta del potere. Tuttavia, l'Internazionale aveva definito, nell'agosto 1920, ventuno criteri, i cosiddetti «21 punti», ai quali avrebbero dovuto uniformarsi partiti e movimenti che intendessero farne parte. Tra questi punti, in particolare, ve ne erano uno che chiedeva la rimozione di riformisti e centristi da ogni posizione di responsabilità e uno che imponeva che nel nome del partito fosse esplicitato il termine «comunista».

Il congresso socialista di Livorno del XVII si svolgeva certo sulla scia dell'esaurimento del cosiddetto biennio rosso e dell'eco dell'occupazione delle fabbriche, ma il tema del rapporto con la Terza Internazionale era comunque all'ordine del giorno e alimentava il clima di tensione e di attesa di una possibile, temuta ma probabile scissione. Del resto, che i «21 punti» costituissero una sorta di aut-aut lo si capì fin dalle parole di saluto rivolte ai congressisti dal rappresentante della Terza Internazionale, il bulgaro Kabakiev: «Il Congresso deve accettare le decisioni dell'Internazionale comunista ed escludere i riformisti dal partito. Non vi è più tempo per le esitazioni. Ognuno deve scegliere il suo posto nella lotta, a sinistra o a destra».

L'ultimatum di Mosca era perentorio, ma creava imbarazzo e preoccupazioni in quanto l'eventuale espulsione di personalità come Filippo Turati, Claudio Treves e Ludovico D'Aragona non sarebbe stata affatto indolore in considerazione sia del loro prestigio sia del seguito che avevano presso i lavoratori. All'interno del partito si erano formate tre componenti principali attorno alle quali ruotavano altri gruppi minori: quella del gradualismo riformista di Filippo Turati a destra, quella dei massimalisti unitari di Giacinto Menotti Serrati al centro e quella dei comunisti puri di Amadeo Bordiga e Antonio Gramsci alla sinistra. Il dibattito fu lungo, articolato, complesso, Non mancarono momenti drammatici che evidenziarono ed esasperarono le divisioni interne. Non si fece sentire, anche se più volte invocata, la voce di Antonio Gramsci il quale, assorto e silenzioso, seguì tutti i lavori da un palchetto sulla sinistra.

La mattina del 21 gennaio vennero letti i risultati della votazione sulle mozioni presentate che attribuivano la vittoria ai massimalisti unitari. Bordiga intervenne dichiarando che il Partito socialista si era, in tal modo, posto fuori dall'Internazionale e invitò coloro che avevano votato per la mozione comunista a spostarsi nel vicino Teatro San Marco per dare vita a un nuovo soggetto politico, il «Partito comunista, sezione italiana della Terza Internazionale». I delegati comunisti, al suono dell'inno dell'Internazionale, abbandonarono il Teatro Goldoni e, con gli ombrelli aperti sotto una pioggia battente, si diressero verso il luogo indicato, un vecchio teatro distrutto dalla guerra e ridotto a magazzino militare, senza sedie e senza infissi. Proprio lì, in quella sede di fortuna, nacque dunque il nuovo partito che elesse subito un Comitato centrale, presieduto da Bordiga, nel quale, figuravano, tra gli altri, Antonio Gramsci, Ruggero Grieco, Nicola Bombacci, Umberto Terracini.

Alle origini di quello che sarebbe poi stato il Partito comunista italiano nella prima dizione, come si è visto, Partito comunista d'Italia vi furono due vizi d'origine che ne costituirono il dna e ne caratterizzarono la storia successiva: la pulsione rivoluzionaria e lo stretto legame con Mosca. Quello che è stato definito «il fascino inesauribile dell'Ottobre», il mito cioè della rivoluzione russa, quale modello rivoluzionario esportabile e applicabile in tutta Europa, era il collante ideologico di un partito che, per la sua genesi e la sua natura, non poteva essere indipendente dall'Unione Sovietica e dal Pcus. Con la rivoluzione russa, per la prima volta nella storia, una filosofia il marxismo nella sua versione leninista si era tradotta in istituzioni politiche, in uno Stato totalitario. Vera e propria «religiose secolare», il comunismo, come tutte le religioni, era a vocazione espansiva e, in questo quadro, i partiti comunisti coordinati dall'Internazionale, a cominciare da quello nato dalla scissione di Livorno, ne rappresentavano le braccia operative all'estero. Il legame tra Partito comunista italiano e Unione Sovietica tanto negli anni della clandestinità quanto nel periodo della Resistenza e, poi, nella storia repubblicana fu strettissimo e indissolubile. Lo certifica, per esempio, il sodalizio fra Stalin e Togliatti, che, giunto a Mosca nel 1926 e rimastovi praticamente fino al 1944, avrebbe approvato e giustificato tutte le scelte, anche le più criminali, del dittatore secondo un codice di fedeltà che lo spinse a tradire i suoi stessi compagni comunisti, a cominciare da Gramsci. Innalzato sugli altari come «padre costituente» della Repubblica italiana, Togliatti vale la pena di rammentarlo nel 1930 aveva rivendicato la rinuncia alla cittadinanza italiana perché, come italiano, si sentiva «miserabile mandolinista» mentre come «cittadino sovietico» sentiva di «valere dieci volte più del migliore italiano». Questo rapporto fra Togliatti e Stalin spiega gran parte della storia del comunismo italiano, della «doppia lealtà» alla questo dovette ispirare la propria azione politica.

Parte della storiografia, di orientamento comunista ma non solo, ha cercato di avallare l'idea che la storia del Pci sia stata una storia di continua e costante evoluzione verso un sempre maggior grado di autonomia da Mosca e dalle sue decisioni. Ma si tratta di un mito smentito, per fare un solo esempio, dal flusso ininterrotto di finanziamenti provenienti da Mosca nel corso degli anni anche quando la stagione togliattiana si era pressoché conclusa. La verità è che i «vizi di origine» del Partito comunista, quelli emersi già nel 1921 all'epoca della sua nascita a Livorno la pulsione rivoluzionaria e la dipendenza dall'Urss erano troppo profondamente radicati perché potessero essere messi da parte. Il che, per inciso, spiega il motivo per il quale, anche dopo il crollo del muro di Berlino e la fine dei regimi fondati sul cosiddetto socialismo reale, non ci sia stata nessuna autocritica o presa di distanza dall'ideologia comunista.

Francesco Perfetti

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