Italia, fuga dallo stadio La Svizzera e la C inglese surclassano la serie A

Dall'esterno l'immagine è quella di uno scintillante cinema multisala che proietta film con cast di respiro internazionale. Poi però si scopre che le poltroncine sono scomode, i bagni sporchi, i pop-corn troppo salati e sullo schermo lo spettacolo non avvince, anche perché spesso a metà, se non prima, si è già indovinato il finale. Pertanto la gente preferisce un televisore e la comodità del salotto di casa propria. È questa l'impietosa immagine della Serie A che emerge da un'indagine condotta dalla società di consulenza Finance Football, che ha confrontato la capacità media degli stadi di quindici campionati europei, con la media spettatori presenti in ciascun torneo nella stagione 2009-10. È stato quindi elaborato un coefficiente di «riempimento» che vede il campionato italiano all'undicesimo posto della graduatoria, alle spalle persino della Super League svizzera e della League One, ovvero la serie C inglese.
I numeri non lasciano spazio ad alcun dubbio: con una capacità media degli stadi di 42.904 posti, la seconda più alta in Europa dopo la Bundesliga tedesca (47.642), la Serie A si deve accontentare di 23.877 persone di media ad incontro, per una percentuale pari al 55.7%. Praticamente un seggiolino vuoto su due, perché per ogni derby di Milano che registra il tutto esaurito ci sono decine di partite, da Cagliari a Bologna, da Siena a Bari, dove buona parte delle gradinate risultano tristemente vuote. Non bastano Eto'o, Pato, Sneijder, Buffon, Totti e Ronaldinho; la Serie A si è trasformata in uno sport televisivo. E non a caso gli introiti derivanti dai diritti tv incidono sulle entrate dei club italiani in una percentuale (compresa tra il 60% e il 70%) non paragonabile al resto d'Europa, che fa cassa soprattutto con la biglietteria, gli sponsor e il merchandising.
Inghilterra, Germania e Olanda sono i tre paesi nei quali il calcio è considerato uno sport da vivere live, un rito a cui assistere in diretta. La Premier League riempie i suoi impianti per il 91.9%, la Bundesliga per l'89.9%, superando però gli inglesi nella media spettatori (42.833 contro 34.082). Notevole la performance della Eredivisie olandese (88.4%), che a fronte di una capacità degli impianti pari alla metà esatta di quella della Serie A, porta allo stadio solamente 4.500 spettatori in meno (19.251 contro 23.877). Eppure Groningen e Vvv Venlo non dovrebbero teoricamente offrire uno spettacolo superiore a Sampdoria e Catania.
Il principale fattore di differenza è ovviamente rappresentato dalla qualità degli impianti, dal comfort e dalla sicurezza che riescono ad offrire. L'Old Trafford e l'Emirates Stadium rendono rispettivamente a Manchester United e Arsenal una media di 120 milioni di euro l'anno, l'Allianz Arena ne frutta 70 al Bayern Monaco, mentre l'Inter ne ricava meno di 30 dal Giuseppe Meazza. Tralasciando per una volta gli ormai stranoti esempi di Inghilterra e Germania, è interessante rilevare come anche l'exploit dell'Olanda poggia le proprie basi su politiche gestionali lungimiranti. Negli ultimi quindici anni numerosi club, anche di dimensioni medio-piccole, hanno investito nella costruzione di impianti moderni. Così accanto alla rinomata Amsterdam Arena e al De Kuip (Rotterdam), entrambi stadi a cinque stelle Uefa, sono sorti i multifunzionali Euroborg (Groningen) e Rat Verlegh (Breda), l'avveniristico Gelredome (Arnhem), quindi l'Az Stadium di Alkmaar, il Grolsch Veste di Enschede, il Parkstad Limburg di Kerkrade e il Galgenwaard di Utrecht. Impianti che oscillano tra i 25mila e i 40mila posti, ma dagli standard qualitativi decisamente elevati.
Gli stadi rappresentano il problema principale, ma non l'unico. Un clima avvelenato e isterico crea un circolo vizioso che si riflette nei rapporti tra club, addetti ai lavori e tifosi, rendendo meno appetibile il "prodotto" offerto. È una questione, anche, di cultura sportiva. Nel frattempo, lo scintillante multisala Italia è destinato a rimanere mezzo vuoto.
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