L’ex terrorista ci fa la morale su Gheddafi

Alla guida della crociata contro l’invio delle Frecce Tricolori a Tripoli c’è Sergio D’Elia, ex leader di Prima Linea condannato a 30 anni (e poi divenuto onorevole). La colpa dell’Italia? Partecipare alle celebrazioni per i 40 anni della Repubblica islamica

Questa Italia è incredibile. Le Frecce Tricolori volteggeranno sul cielo di Tripoli. Sarà un risarcimento. Riguarda una vecchia storia di cui scriverò tra un attimo. Risultato: proteste scalmanate. Si accusa il nostro governo di essere complice del «terrorista» Gheddafi perché gli manda aerei non per tirare missili ma fiori colorati. Il motivo: il Gran Beduino (dichiara Donadi dell’Italia dei valori) «ha accolto un terrorista, autore ventun anni fa di una strage, come un eroe». E il campione di questo fuoco di giusta indignazione morale contro il reintegro nella vita civile di un terrorista malato terminale di cancro (che si proclama innocente) è un campione del terrorismo, Sergio D’Elia, il quale forse non ha avuto le ovazioni con cui è stato accolto a Tripoli l’assassino di Lockerbie, Abdelbaset Ali al-Megrahi, certo. Ma Megrahi per lo meno non è stato ancora fatto deputato, e non si è messo a tuonare contro il Parlamento italiano che ha accolto nel suo seno (la volta scorsa) un terrorista, pentito senz’altro, ma forse non deve essere lui il campione che nega redenzione al prossimo.

Sia chiaro. A noi non piace affatto il regime di Gheddafi. Se Berlusconi va il 30 agosto, accompagnato dai nostri caccia, a Tripoli per l’anniversario del trionfo del Supremo Donatore di Cammelli, lo fa perché gli tocca. Ma fa bene. Fa benissimo. Non va a omaggiare il Capo, ma quel popolo, che volenti o nolenti ha per leader il Colonnello, che è certo un dittatore, ma bisogna decidersi: si deve avere una politica che accompagni i popoli alla democrazia, tendendo la mano, o si deve dar guerra simbolica e magari poi con il piombo fuso a tutti coloro che non rispettano i canoni della democrazia occidentale e i diritti umani alla nostra maniera? Gheddafi ha rinunciato a costruire la bomba atomica, e ne aveva la possibilità. Si è distanziato da Al Qaida, subendone minacce. Poi dice sconcezze sull’Occidente. Ma fingere di non capire lo spostamento della sua politica, rinunciare a una possibile collaborazione anche nel senso dei diritti, sarebbe una stupidità proprio per chi ha bisogno, la solita fanfaronata senza intelligenza, a misura della propaganda di chi si erge a campione dei diritti umani, ma solo quelli che dice lui.

Colpisce la polemica, violenta, di Sergio D’Elia, leader di «Nessuno tocchi Caino», un’associazione benemerita che lotta contro la pena di morte. D’Elia, che è un uomo capace di forti sentimenti, si scandalizza. Trasforma il nessuno tocchi Caino nel nessuno parli a Gheddafi. Si noti. Sergio D’Elia è stato condannato per concorso in omicidio, è stato leader terrorista di Prima linea. Poi deputato e membro della presidenza della Camera dei deputati per conto del Partito radicale. Uno può redimersi, e fa bene a dire quello che pensa. Ma dovrebbe stare attento a considerare colpevole per sempre un altro, quando lui ha avuto per se stesso la riabilitazione e il seggio parlamentare. Parli pure, ovvio, D’Elia: ma non per impiccare gli altri alla corda della cattiva reputazione alla quale lui si è sottratto. Noi non giudichiamo lui ora (è bastato il Tribunale), ha ogni diritto civile, ma criticare come complice di dittatura un governo perché manda degli aerei in un Paese diventato amico, dopo che fu nostra colonia, sfiora il grottesco. Per una volta che un Paese spedisce l’aviazione non a bombardare la gente, ma a disegnare la bandiera verde e bianca e rossa, si scandalizzano lo stesso questi campioni degli anni di piombo, pentiti, ma sempre in prima linea a tirare fuori dal sacco i loro pensieri di propaganda contro il nemico politico italiano.

Conviene ricordare un fatto. E qui siamo al discorso del risarcimento. La prima missione aerea di ricognizione in guerra della storia spetta agli italiani. Accadde - ricorda Renzo Paternostro - nel pomeriggio del 23 ottobre 1911: durante la guerra contro l’Impero ottomano, l’aereo pilotato dal capitano Piazza compì un volo di ricognizione su Tripoli, in Libia. Anche l’invenzione del primo bombardamento con un aereo spetta agli italiani: il 1° novembre 1911, il tenente Giulio Gavotti, con il suo Taube, lanciò una granata da due chilogrammi sul campo ottomano di Ain Zara, in Libia. In quello stesso volo furono lanciate altre granate su tre oasi di Tagiura. Seguì la teorizzazione da parte di generali italiani - non fascisti, ma giolittiani - della tecnica del bombardamento sulle città per incutere terrore.

A questo punto, visto il riconoscimento delle colpe per l’occupazione della Libia, offerto da Berlusconi al popolo libico nelle mani del suo leader, ci sta questo ribaltamento di prospettiva aviatoria: i nostri aerei come spettacolo non già militare ma come offerta di bellezza e biglietto da visita di amicizia messo nelle mani del popolo libico.
Vorrei dire qui una cosa sui diritti umani. Essi sono indivisibili. Ed il primo di essi è quello alla vita. Gheddafi lo ha calpestato favorendo attentati terroristici orrendi, specie Lockerbie (270 morti). Ha riconosciuto la colpa, il Paese ha pagato con l’embargo, ora sembra invece giustificare l’orrore come inevitabile reazione a un altro terrore. Le vecchie tesi della sinistra per giustificare il terrorismo contro Israele. La nostra diplomazia - Berlusconi e Frattini in testa - saprà certo far valere la forza del vero.
Un’ultima cosa. Il giorno della discussione in Parlamento del trattato con la Libia, Rocco Buttiglione sostenne, come i radicali, l’orrore di un accordo contro chi nega i diritti umani: la Libia. La Libia considera l’aborto un crimine e non lo legalizza. L’Italia invece lo consente. Autorizza una strage, nega i diritti umani di un bambino nascituro. Io la penso così. Non mi piace questo uno a uno nella partita dell’orrore tra Libia e Italia. Ma cerchiamo di arrivare insieme, anche con le Frecce Tricolori, allo zero a zero di umanità violata.

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