L’INCHIESTA CHE FA TREMARE I BANCHIERI

Mettiamo in fila qualche scadenza e alcuni fattarelli. Tra poche settimane si devono definire gli assetti azionari di Telco, la scatoletta azionaria che controlla Telecom Italia, dove oltre alle banche italiane e ai Benetton, c’è l’ingombrante presenza degli spagnoli di Telefonica. Sono già partite le prime schermaglie per il rinnovo del consiglio delle Generali, la più importante società finanziaria italiana. Tanto per fare un po’ di casino, è addirittura circolata la voce di una possibile presidenza affidata a Tommaso Padoa-Schioppa: circostanza verosimile come quella dell’uomo su Marte.
E nella prossima primavera scadono tutti i vertici di Intesa. Ma non basta. A Milano, in Procura, è stato aperto un fascicolo con un nome suggestivo, Brontos. Si tratta per ora di un’iniziativa contro ignoti, ma i cui risvolti penali (si tratta di un presunto giro di evasione fiscale) riguarderebbero individualmente gli amministratori di gran parte delle principali banche italiane. Nel frattempo la prima azienda industriale del paese, la Fiat, ha detto per bocca del suo leader: «Se non arrivano gli incentivi è un disastro». Anche la politica ci sta mettendo del suo. Ha almeno due leve essenziali per le mani. La prima è appunto la proroga delle rottamazioni; la seconda sono i Tremonti Bond. Questi ultimi non configurano un vero e proprio aiuto di Stato: si tratta di un prestito con l’elastico. Ma il loro costo è elevato e la sottoscrizione in una certa misura può rendere meno libero il comportamento del sottoscrittore. Due buoni, buonissimi motivi per i quali le principali banche del Paese (Unicredit e Intesa) stanno nicchiando.
C’è infine un rumor che circola con insistenza nelle stanze dei poteri che contano: l’esistenza di un possibile condono dei reati societari. Una prima bozza di allargamento dello scudo fiscale anche al falso in bilancio ha già preso corpo in Parlamento. Ma, ad esempio, per i casi Brontos, o Agnelli, o Pessina, non servirebbe a nulla. Sarà difficile per questa maggioranza varare un condono simile a quello dei precedenti scudi, ma l’indiscrezione ha ripreso a girare con forza. E la sola sua suggestione accende gli animi. Gli schizzi di fango che possono arrivare per via giudiziaria anche nei salotti che contano, non debbono essere sottovalutati. E non è detto dunque che il fronte anti-condoni resista nel tempo.
In questo quadro si debbono leggere i movimenti nei salotti che contano del potere italiano. È tutto in movimento. È come la campagna acquisti per il calcio, non c’è allenatore o giocatore che non abbia un suo prezzo, una sua destinazione. Ieri l’articolo in prima pagina del Corriere della Sera, titolato «Fiat, incentivi o Fideuram? Qualcosa non va» ha innescato un tam tam di voci nei palazzi della grande finanza. Certo, si mette alla berlina la richiesta di aiuti della Fiat. Ma il bersaglio non è solo il gruppo torinese, primo azionista proprio del Corriere. Obiettivo è anche quella parte di Intesa che ha intenzione di cedere alla Fiat la sua controllata Fideuram. Operazione non gradita alla Compagnia di San Paolo, primo socio di Intesa.
È una mossa che permette a Intesa di liberare prezioso patrimonio e dunque la rende più impermeabile ai Tbond. «Per la famiglia Agnelli - conferma uno dei suoi numerosi membri - l’acquisto di Fideuram ha un grande senso: ci permette di avere un flusso di dividendi. Le auto negli ultimi dieci anni ha più chiesto che dato». Sono balle le divisioni che ci sarebbero a Torino sull’acquisto di Fideuram: se il prezzo è ragionevole la famiglia rientrerà nella finanza. Attaccare l’operazione Fideuram, in salsa torinese, ha il senso di indebolire per questa via la chance di Intesa di trovare presto un acquirente per la sua controllata.
Intesa è più o meno ferma nelle sue posizioni: ha sempre manifestato, a differenza di Unicredit, la voglia di essere al centro del sistema economico e finanziario italiano. E da tempo ha detto ai mercati che avrebbe venduto suoi importanti pezzi. Ma proprio il suo essere così centrale (dalla partita Alitalia a quella Telecom, da quella delle infrastrutture a quella degli immobiliaristi) la rende molto appetibile. Chi governa Intesa, governa un pezzo del Paese. Lo hanno capito, anche se inizialmente per motivi puramente territoriali, i torinesi della Fondazione che controlla la banca; lo ha capito il governo Berlusconi che appena in carica diede al suo leader Corrado Passera il dossier bollente di Alitalia. E lo ha capito un pezzo di quell’establishment che non vede possibile la prosecuzione del governo Berlusconi, e che pensa di costruire l’opposizione più sui poteri forti, compresa Intesa, che sui poteri democratici. Non è importante capire se questa gilda di notabili sia forte o meno, se il coinvolgimento di Intesa esista o no: il vortice dei movimenti e gli appetiti che montano hanno suggestioni a sufficienza per autoalimentarsi.