L’intervento Mai più sottomesse: la mia sfida all’umiliazione del burqa

GESTO Il movimento di Daniela Santanchè manifesterà oggi davanti alla moschea di Milano per la libertà femminile

Perché lanciare una mobilitazione contro il burqa? E perché farlo proprio ora, all’indomani dell’ennesimo assassinio di una ragazza musulmana giustiziata dal padre in nome della purezza dell’islam e dell’odio contro i cristiani infedeli? Non so quante saranno le immigrate che si presenteranno questa mattina alla nuova moschea di Milano nascoste dalla testa ai piedi sotto un burqa o la sua versione ridotta - il niqab - per celebrare la fine del ramadan. Io ci sarò. Ma fosse anche una sola, dovrà esser fermata, identificata e sanzionata come prescrive la legge italiana. Non per punirla, sappiamo bene che non è sua la prima responsabilità di quella scelta, ma per lanciare un messaggio chiaro di solidarietà a tutte le donne dell’immigrazione che lottano per strappare nelle loro comunità un minimo di emancipazione e di diritti. E per inviare un segnale ancora più chiaro della presenza dello Stato agli imam che hanno armato e guidato la mano di quel padre santificando nelle loro moschee la sottomissione e l’umiliazione della donna.
Di questa umiliazione il burqa è il manifesto, il libretto di circolazione. Nei Paesi dove la faccia più barbara e oscura dell’islam prende il sopravvento, il primo provvedimento del regime è sempre quello di imporre alle donne il burqa o qualcuno dei suoi derivati. E anche noi, come in Francia, dovremmo impedirne la circolazione non per soli motivi di sicurezza, ma per ciò che rappresenta. Nell’Afghanistan dei talebani che oggi riempie le pagine dei giornali, le donne che usavano ribellarsi al burqa e alle sue leggi venivano decapitate negli stadi o nelle piazze ed era ai loro familiari che toccava l’onore di eseguire l’esecuzione. Il burqa viola la donna musulmana tanto quanto l’infibulazione. Tutte e due cancellano la sua identità più profonda. Tutti e due, burqa e infibulazione, per sottomettere la sua femminilità, la annullano come persona. Tutte e due le assegnano un’unica missione, quella di trasformarsi in una fabbrica di figli e di sottomettersi ciecamente alla volontà degli uomini della famiglia. Così come appare evidente nell’ultimo episodio avvenuto nei giorni scorsi in Italia. E se tradisce la sua missione, se si avventura fuori dallo stretto recinto che le è stato assegnato, nei luoghi del fondamentalismo c’è la lapidazione o la forca. Da noi si ricorre al coltello. E poi non ci sono solo le 37 povere donne sgozzate, ce ne sono centinaia di cui non si parla. Finite in ospedale con le ossa rotte, la testa spaccata, i segni dei calci e del bastone stampati su tutto il corpo. È proprio di questo che stamattina tutti noi siamo chiamati a rispondere davanti all’ingresso della nuova moschea di Milano.
Leader del Movimento per l’Italia