L’utopia verde della Roma del futuro «Sarà la prima città senza carbonio»

Un balzo in avanti, «un salto tecnologico attraverso scelte fortemente innovative». Così il sindaco Gianni Alemanno definisce il «masterplan» di sviluppo energetico-economico per la città di Roma preparato dal gruppo di Jeremy Rifkin, presentato ieri in Campidoglio dallo stesso economista statunistense, guru della green economy, da Alemanno e dall’assessore all’Ambiente Fabio De Lillo. Otto mesi di lavoro di 25 persone, «la punta di un iceberg di una realtà che ha coinvolto diversi settori», dice Rifkin.
«Se pensassimo di correggere i ritardi di Roma con le vecchie strategie non arriveremmo mai», premette Alemanno. Ed ecco un piano industrale quasi utopistico, «un’immaginazione creativa che diventa realtà», come poetizza Rifkin. Ma quale futuro? I prossimi vent’anni. Tanto avanti infatti si spingono i progetti di Rifkin. Che individua quattro linee guide: «Il pacchetto “20-20-20” della Comunità europea; la creazione in ogni edificio di un centro di produzione energetica; l’immagazzinamento di questa stessa energia; e una rivoluzione nella comunicazione al cittadino». L’idea di Rifkin è quella di creare un sistema di riconciliazione delle aree che partendo dal centro storico lo circondano: tre sfere (centro con abitazioni, seconda fascia anello commerciale e la terza agricola) che interagiscano fra loro. «La grande missione di Roma - spiegato Rifkin - nella Terza rivoluzione industriale, è quello di diventare il faro che faciliterà la transizione dall’attuale geopolitica verso la politica della biosfera e di contribuire al risanamento del pianeta per le future generazioni». Nel piano «il centro cittadino diventerà un luogo attraente e vivace con spazi aperti e accessibili, zone pedonali. Inoltre trasporti pubblici migliorati, piste ciclabili e migliaia di microgiardini sia pubblici che privati». Inoltre secondo il Piano di Rifkin «intorno a un centro cittadino rivitalizzato in modo innovativo e sostenibile, bisogna pensare spazi commerciali e industriali, l’hub dinamico dell’economia romana che fornirà posti di lavoro accessibili alla popolazione. Infine «investendo nella produzione agricola locale, diventando sempre più autonoma sul piano dell’approvvigionamento alimentare e promuovendo la dieta mediterranea, Roma godrà di una maggiore sicurezza alimentare e ridurrà la propria impronta carbonica». Roma entro il 2030 dovrebbe ridurre del 46 per cento le emissioni di Co2.
Un grande progetto che coinvolgerà tutti, dalla grandi aziende alle famiglie. «È un piano economico di sviluppo per far si che Roma diventi la prima città al mondo senza carbonio. Roma sarà la prima città biosferica al mondo e diventerà una città sostenibile e un modello», dice Rifkin, che a chi gli chiede quanto sia stato pagato dal Campidoglio taglia corto: «Il compenso che ho ricevuto per lo studio e la realizzazione del masterplan è pari a uno stipendio medio di un dirigente medio di un’impresa media, cioè 250mila euro più 30mila euro fra spese per viaggi e logistica». Alemanno invece pensa anche alla candidatura olimpica di Roma 2020, «visto che l’Italia è stata bocciata per gli Europei di calcio proprio per lo scarso impegno ambientale». Roma investirà nel piano 10 miliardi di euro in vent’anni, quindi 500mila euro all’anno. Il rendimento dell’investimento dovrebbe essere del 30 per cento, se è vero che la città si vedrà restituire 16 miliardi. I primi dieci interventi sono stati calendarizzati entro la fine del 2012: nuove isole energetiche alla Sapienza, valorizzazione energetica dei residui arborei, intervento di generazione distribuita dell’energia nei piani di recupero urbanistici, cogenerazione negli impianti natatori, piano energetico dell’Eur, illuminazione pubblica a emissioni zero, rete di gestione e controllo dell’energia attraverso contatori elettronici, sostituzione negli uffici comunali delle lampade a bassa efficienza con quella ad alta, comunicazione ai cittadini e predisposizione delle azioni nel settore edilizio.

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