Lang Lang: «Per noi classici è semplice avvicinarsi al jazz»

Milano In fondo è tutta colpa di Tom&Jerry. Se Lang Lang è uno dei pianisti più famosi del mondo, e il più giovane dei famosi, tutto dipende da quel cartoon. Spieghiamoci: un giorno Lang Lang, che è nato a Shenyang in Cina, vede Tom suonare in tv la Rapsodia ungherese di Liszt al piano e lì gli viene voglia di imitarlo. Tanto per chiarire: aveva due anni. «Volevo essere un pianista, ho subito avuto le idee chiare». Pochi mesi dopo inizia le lezioni, a cinque anni debutta dal vivo e ora, che ne ha appena compiuti ventisette, suona come un ossesso in ogni parte del mondo, applaudito, venerato, invidiato. «Il più esaltante talento pianistico che abbia sentito in tanti anni» ha scritto il critico del Chicago Tribune. Una montatura, sibila invece qualcun altro. Fatto sta che Lang Lang è un fenomeno trasversale: scintillante alla tastiera, e molto scenografico con tutto quel po po’ di gesti e smorfie che accompagnano le sue esecuzioni. Ma è anche molto popstar perché è giovane e non ha barriere conservatrici. Il suo obiettivo, dice, è «condividere le mie sensazioni con la gente». Ed è per questo che piace: talento e condivisione non vanno quasi mai a braccetto, ma quando ci riescono è un successo garantito e chissenefrega se a qualche trombone la miscela non va giù. D’altronde lui è uno che a nove anni, dopo un periodo di indisciplinata effervescenza, fu cacciato dal suo tutore pianistico per mancanza di talento. E che ritrovò la passione interpretando la Sonata per pianoforte n.10 in do maggiore K330 di Mozart, mica Asereje delle Las Ketchup. Perciò adesso è qui con tutto il carisma per poter dire: «La musica classica è per tutti, può aiutare a vivere meglio». E sarà molto classico - ovvio: in senso lato - anche domani sera all’Arena di Verona sul palco con Herbie Hancock a eseguire anche la Rhapsody in blue (merito di Arena Extra di Gianmarco Mazzi). L’altra sera, così come se niente fosse, ha debuttato al Montreux Jazz Festival tra la meraviglia dei critici. «Per musicisti come me, avvicinarsi al jazz di Herbie Hancock è più semplice. Il pop è invece un altro mondo anche se mi piacerebbe collaborare con Alicia Keys o Kanye West, che tra l’altro sono miei amici». In fondo, sarebbe un gioco relativamente semplice e basta guardarlo in scena, questo ragazzo prodigio, per capirlo: non ha limiti e le sue dita suonano la musica, non un genere musicale prestabilito. «Le collaborazioni riducono le distanze tra musicisti e avvicinano il pubblico», spiega. E poi dice finalmente ciò che bisognerebbe fare da chissà quanto: «Bisogna avvicinare il pubblico giovane alla classica, bisogna far capire a tutti che è una grande strada per la cultura». Alla fine aggiunge: «È necessario». Quando parla, nel suo inglese maneggevole, nasconde le origini. Ma appena accenna alla Cina, eccolo qua il suo orgoglio: «Il mio paese è migliorato e io sono molto felice di questo cambiamento: qualche volta è difficile credere quanto si sia avvicinata al futuro». E lo dice con lo stesso entusiasmo di quando suona, fluente e inarrestabile.

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