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Flannery O'Connor. Siamo marine che strisciano per conquistare la fede

Una raccolta, curata da Centovalli, celebra un'autrice divorata dall'amore di Dio e dall'urgenza di raccontare

 Flannery O'Connor. Siamo marine che strisciano per conquistare la fede

Il centenario della nascita di Flannery O'Connor (1925-1964) ha prodotto in Italia un volume corale degno del personaggio: Il cielo e la polvere. Visioni e universi di Flannery O'Connor, curato da Benedetta Centovalli per Mimesis, raccoglie voci di scrittori, critici e studiosi che si sono confrontati con l'opera della scrittrice americana in occasione della rassegna omonima tenutasi al Centro Culturale di Milano nella primavera del 2025. Il centenario sarà celebrato, con qualche mese di ritardo, anche da una importante pubblicazione. Le edizioni Ares, per la prima volta, propongono al pubblico italiano le pagine del Diario compilato dalla O'Connor nel 1943-1944 e pubblicato in lingua originale con il titolo Matematica avanzata. Da queste brevi ma sagaci considerazioni emerge una Flannery già matura nella sua consapevolezza di donna e nella sua lotta corpo a corpo con la scrittura. Al primo Diario si accompagna il Diario di preghiera composto tra il 1946 e 1947, riproposto da Ares in una nuova traduzione.

Mary Flannery O'Connor nasce il 25 marzo 1925 a Savannah, Georgia, da una famiglia irlandese e cattolica in un Sud a schiacciante maggioranza protestante. Muore trentanove anni dopo, il 3 agosto 1964, nella fattoria di famiglia ad Andalusia, quattro miglia fuori Milledgeville. Nel mezzo: due romanzi, trentuno racconti, un epistolario sconfinato, un diario di preghiera, e la certezza che il poco tempo fosse l'unica condizione possibile per dire tutto.

Tra gli otto e i dodici anni si chiude a chiave in una stanza e immagina di prendere a pugni l'angelo custode. Benedetta Centovalli cita la sua stessa voce: «Fra gli 8 e i 12 anni avevo l'abitudine di chiudermi ogni tanto a chiave in una stanza e, facendo la faccia feroce (e cattiva),

vorticavo torno torno coi pugni serrati scazzottando l'angelo». Non per negarla, quella presenza, ma per liberarsi dell'intermediario, per arrivare a Dio senza schermi. Nel Diario di preghiera tenuto tra il 1946 e il 1947, annotava: «Caro Dio ti prego aiutami a essere un'artista, ti prego lascia che questo conduca a Te».

Poi, nel 1951, la diagnosi. Lupus eritematoso, la stessa malattia che aveva ucciso il padre quando lei aveva sedici anni. Addio al Nord, addio al sogno di una vita da scrittrice indipendente tra New York e il Connecticut. Torna nel «vecchio lurido Sud» con la madre Regina, nella fattoria. «Tutte le mattine la messa in paese, la scrittura per un paio di ore, di pomeriggio le passeggiate con le stampelle nel giardino circondata dai suoi quaranta pavoni»: così Centovalli ricostruisce la scansione di quelle giornate. Il corpo si consuma, la mente tiene. Fernanda Rossini, che ha dedicato all'epistolario un saggio nel volume, racconta che O'Connor scriveva anche dieci lettere al giorno, «quando ne aveva la forza», e rispondeva sempre a chiunque la contattasse, compresi quelli che lei stessa definiva «davvero matti», perché rispondere era «l'atto di carità che il suo fisico malato le consentiva». Quanto alla malattia, la formula che lei trovava era questa: «la malattia è un luogo, più istruttivo di un lungo viaggio in Europa». Il ritratto che emerge, scrive Rossini, è quello di una donna «riservata, a volte scostante, divertente, cortese, attenta osservatrice, umile ma allo stesso tempo molto sicura di sé, capace di affondi taglienti e di solidi incoraggiamenti, onesta fino alla denuncia feroce, mossa da un'incrollabile fede che non scade mai nel devozionismo». Si lamenta una volta sola, con l'amica Maryat Lee: «Non sopporto più di soffrire». Una frase, poi il silenzio. Per il resto, autoironia. Quando scopre di avere un tumore oltre al lupus, lo comunica all'amica Sally Fitzgerald così: «Ho un'ottima notizia. L'anemia non è dovuta al lupus, ma a un tumore. Me ne hanno trovato uno così grosso che se non si danno una mossa a rimuoverlo, dovranno rimuovere me e lasciare lui».

Si innamora tre volte. Le prime due in modo non corrisposto, i diretti interessati non se ne accorgono nemmeno. La

terza, con Erik, finisce in modo crudele: lui le dà tre baci, poi come racconta Romana Petri «scambia i denti leggermente sporgenti con una deformazione e non si fa mai più vedere». Le scrive sempre più raramente, poi comunica di essersi sposato. O'Connor chiude il cuore all'amore terreno. Non si lamenta. Accetta come accetta tutto: con la stessa determinazione con cui accetta la malattia.

La sua fede è un problema per tutti, anche per l'ambiente cattolico: troppo dura, troppo scomoda. Petri individua il nodo con precisione: O'Connor oppone al concetto di Provvidenza quello di Grazia, e la distanza è abissale. La Provvidenza è «dolce e molto umana». In quanto alla Grazia: «Per avvicinarsi a quel dono c'è da strisciare in terra come un marine e avviarsi verso Dio digrignando i denti». Al tentativo di Mary McCarthy di ridurre l'Eucaristia a «un potente simbolo», O'Connor risponde con un tremito nella voce, citato da Marisa Caramella: «Se è un simbolo, allora che vada all'inferno».

Scrive come se gridasse, per usare la sua formula riportata da Centovalli, «ai duri d'orecchio». I personaggi che le escono dalla testa sono predicatori falliti, profeti itineranti, assassini in fuga, nonne insopportabili, bambini violenti, storpi di ogni sorta. Tutti abitanti del «territorio del diavolo». Tutti portatori, loro malgrado, di una luce che non cercano. La grazia si insinua dove meno la si aspetta, spesso attraverso una morte. La violenza in O'Connor non è fine a se stessa: è «lo strumento della Rivelazione».

L'ultima lettera è per Maryat Lee, pochi giorni prima di morire. Si preoccupa per una telefonata minacciosa che l'amica ha ricevuto, le consiglia di chiamare la polizia. Nessun testamento spirituale, nessun commiato solenne.

Solo attenzione concreta a un'altra persona, quel minuto preciso. Un atto di carità. Il solo tipo di assoluto, forse, che si potesse praticare dalla scrivania di una fattoria in Georgia, con le spalle alla finestra e il verso dei pavoni fuori.

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